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L’Adige, un fiume sempre più malato

Il nostro fiume Adige è sempre più malato e necessita di interventi urgenti, come hanno sottolineato in questi giorni alcuni dirigenti dei Consorzi di Bonifica,  amministratori ed esponenti di associazioni ambientaliste.
Tutti concordi allora??
Non esattamente.
Le strade per salvaguardare il nostro fiume non vanno tutte nella stessa direzione: sono previsti infatti diversi interventi e progetti. Alcuni di fatto in piena contraddizione con quelli che sono gli obiettivi che si dice di voler raggiungere.
Cercheremo di capirne di più nella conferenza che stiamo organizzando nella mattinata di domenica 3 ottobre in occasione della manifestazione di Naturalmente Verona. Non mancate quindi!!

PS proprio ieri sulle pagine di questo blog pubblicavamo un articolo che presentava il ritorno delle grandi dighe e gli effetti devastanti che queste stanno avendo su ambiente e popolazioni. Bene, stando a quello che scrive  la giornalista de “L’Arena” nell’articolo “Un corso d’acqua che sta morendo”, sembra che una della cause principali del continuo abbassamento dell’alveo del fiume Adige e della modifica della sua struttura, sia causato proprio dai bacini idroelettrici trentini che non permettono l’apporto dei detriti a valle. Come a dire che anche da noi le dighe,  a distanza di anni ,stanno provocando effetti che non erano magari stati calcolati e messi in conto.

RISORSE. Sempre più in calo la portata dell’Adige e servono interventi urgenti per l’ambiente e l’agricoltura

Un corso d’acqua che sta morendo
Grossi massi per alzare l’alveo eroso

Elisabetta Papa

Il Consorzio Veronese di Bonifica presenta un piano per riportare il livello del fondo del fiume a com’era nel 1996 pena gravissime conseguenze

  • Martedì 31 Agosto 2010
  • PROVINCIA,
  • pagina 32

Una presa irrigua dell’ex Consorzio Valli Grandi nell’Adige.

L’Adige sta morendo. Il secondo fiume d’Italia e prima risorsa idrica del Basso Veneto, di anno in anno registra un sempre più devastante e continuo abbassamento del suo fondo: in media 6 metri, con punte, in alcune zone, di 8-9 metri, rilevati nell’arco degli ultimi 50 anni. Un’erosione lenta ed inesorabile, che procura danni notevoli sia all’agricoltura, dato che l’acqua di irrigazione deve essere pompata dal fiume con costi pesanti e non è più derivata dai sifoni a costo zero come accadeva una volta, sia alla sicurezza idraulica, visto che l’erosione dell’alveo mina la stabilità delle fondazioni dei ponti come è accaduto anni fa a Legnago e sta accadendo ora ad Albaredo. Proprio perché la situazione non peggiori ulteriormente – a livello ambientale ed economico – il Consorzio ha messo a punto uno studio di fattibilità per riportare il fondo del fiume al livello del 1996, cioè in media due metri più alto rispetto all’attuale: il piano è stato presentato ieri mattina, ufficialmente, nella sede di San Pietro di Legnago dal presidente del Consorzio Veronese di Bonifica Antonio Tomezzoli e dall’ingegner Roberto Bin, direttore generale del Consorzio, insieme all’assessore regionale all’Ambiente Maurizio Conte ed al consigliere regionale Vittorino Cenci. «Vorremmo chiudere velocemente la fase di analisi e procedere alla progettazione esecutiva degli interventi. Già approvato dall’Autorità di Bacino dell’Adige, il progetto è infatti al momento fermo in attesa di uno studio di fattibilità esteso a tutto il tratto di fiume, da Zevio fino al mare. In realtà è da anni che il Consorzio di Bonifica segnala alle autorità preposte che l’Adige di fatto non è più un fiume, ma un canale», è stato detto dagli esperti. Tutta l’acqua che vi scorre arriva infatti dai bacini idroelettrici del Trentino. Ed è proprio il suo utilizzo per la produzione di energia elettrica che ne ha modificato la struttura, venendo meno l’apporto di detriti «da monte». Il progetto pilota prevede la realizzazione di una o più soglie, ovvero di giganteschi massi subaquei che tagliano

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Il ritorno delle grandi dighe

It-abor-q_original“Il RITORNO DELLE GRANDI DIGHE Una grave minaccia al futuro dei popoli indigeni”
E’ questo il titolo del nuovo e documentato rapporto dell’organizzazione Survaival International che ben riassume l’impatto devastante che il ritorno delle grandi dighe idroelettriche sta avendo sui popoli indigeni e tribali della terra.
Citando casi in Asia, Africa e Americhe, il rapporto sottolinea gli altissimi costi umani e ambientali dell’energia “pulita” generata dai grandi impianti idroelettrici. Oggi la corsa alla costruzione di enormi dighe ha assunto la forma di un vero e proprio nuovo “boom”. La Banca Mondiale, che negli anni 90 aveva adottato una politica molto prudente cessando di finanziare il settore idroelettrico, sta oggi ritornando sui suoi passi. Sono ben 11 i miliardi di dollari che la Banca sta investendo per la realizzazione di 211 progetti idroelettrici ad alto rischio e rendimento in vari paesi del mondo.  L’impatto delle grandi dighe sull’ambiente e soprattutto sui popoli indigeni e tribali dei luoghi è spesso taciuto e profondissimo. Questo rapporto ci aiuta a capire meglio quello che oggi sta accadendo  e i  grandi interessi che spesso stanno dietro a questi faraonici progetti.

Dall’introduzione del rapporto:

“Le dighe idroelettriche hanno portato immense sofferenze ai popoli indigeni che, oltretutto, raramente possono godere dei loro potenziali benefici.

I finanziamenti e il sostegno internazionali garantiti alla costruzione di nuove dighe cominciarono a diminuire alla fine del XX secolo, quando gli impatti negativi di progetti idroelettrici mal ideati e mal eseguiti divennero sempre più evidenti.

Dieci anni fa, la Commissione Mondiale sulle Dighe riconobbe che le grandi dighe avevano “portato impoverimento e sofferenza a milioni di individui”, e stabilì standard e linee guida molto fermi per la realizzazione delle opere future – tra cui la necessità di subordinare i progetti al consenso libero, prioritario e informato dei popoli tribali coinvolti.

L’entusiasmo per le grandi dighe sta tuttavia riemergendo oggi, sospinto dalla lobby internazionale delle dighe impegnata con tutte le sue forze a dipingere la propria industria come una panacea al problema dei cambiamenti climatici. La lezione dolorosamente appresa nel scorso secolo è stata ignorata e i popoli indigeni di tutto il mondo si ritrovano nuovamente messi da parte, con i loro diritti violati e le loro terre distrutte.”

Per scaricare il rapporto di Survival International clicca QUI.

Per passare ora all’azione e fare qualcosa per impedire che questo accada puoi:

  • Scrivere una lettera cliccando qui
  • Firmare una petizione cliccando qui

Concerti e mostra fotografica per l’acqua a Villafranca

liquida2010

L’Associazione Culturale “IMPULSI” di Villafranca organizza, con il sostegno di diverse realtà associative del territorio veronese, due serate di concerti e una mostra di foto raccolte per il concorso fotografico “Obiettivo Acqua“.

Per info e programma della serate: www.associazioneimpulsi.com

Per scaricare la locandina dell’evento clicca qui

Emmaus porta l’acqua in un villaggio in Africa

Pubblichiamo con piacere questo articolo sul progetto che Emmaus internazionale sta seguendo in Benin. La comunità Emmaus di Villafranca è impegnata nel Comitato Veronese Acqua Bene Comune e porta la sua esperienza sulla questione dell’acqua nei paesi del sud del mondo. Presto avremo modo di conoscere gli ultimi dettagli del progetto a Naturalmente Verona il 3 ottobre, nella conferenza che stiamo organizzando.
Alcuni di noi andranno anche direttamente sul posto per conoscere il progetto da vicino e instaurare un contatto diretto con questa positiva esperienza. Vi faremo sapere!

L’Arena Martedì 24 Agosto 2010 PROVINCIA Pagina 28

VILLAFRANCA. La comunità presieduta da Renzo Fior impegnata ad Ahomey-Ggblon in Benin

Emmaus porta l’acqua in un villaggio in Africa

Realizzato un impianto che serve ottomila persone che vivono in palafitte vicino al lago Nokouè Convogliati i fondi del mercatino

Mentre in Italia si discute per il referendum sull’acqua da conservare come bene pubblico, la com,unità Emmaus di Villafranca è volata in Africa, per inaugurare un pozzo sul lago Nokouè, in Benin. Il 6 luglio il movimento internazionale, presieduto da Jean Rousseau, ha tagliato il nastro del sistema di distribuzione idrica realizzato, in poco più di un anno, nel villaggio Ahomey-Ggblon. Qui vivono ottomila persone in un agglomerato di palafitte di legno e foglie, che possono ora disporre di acqua corrente in corsa dritta alle loro capanne. Nel frattempo, hanno appreso le norme basilari per la gestione di un’opera idraulica, fondando un’associazione di famiglie, con tanto di presidente e consiglio di amministrazione, per gestire il servizio idrico.

Da tempo il movimento di Emmaus è impegnato nella raccolta di fondi per realizzare pozzi e fontane in otto villaggi attorno al lago africano. Si tratta di un progetto che costerà complessivamente cinque milioni di euro e porterà l’acqua a 80mila persone. Il piano prevede che le opere siano completate entro il 2015.

Emmaus Villafranca e il movimento nazionale, presieduti entrambi da Renzo Fior, hanno fatto attività di promozione e raccolta fondi, fiancheggiando le comunità africane nella realizzazione del progetto idrico.

«Nel complesso», spiega Fior, «è stato costruito un pozzo, che pompa l’acqua in una cisterna. Da qui, viene distribuita in dodici fontane posizionate nel villaggio e a quattro latrine. Le acque nere ora possono essere raccolte in cisterne, che saranno svuotate da appositi barconi. In tal modo nulla sarà più riversato nel lago, preservando l’ambiente».

Da Villafranca sono partiti anche 80mila euro, ottenuti con le vendite del mercatino dell’usato e raccolte straordinarie. La comunità ha fatto da tramite anche per convogliare lo stanziamento di duecentomila euro, offerto dalla fondazione San Zeno di Verona.

Il lavoro è stato complesso. Materiali e attrezzature sono stati portati sino alla riva del lago, quindi, caricati su barconi e scaricati sull’altro versante a mano.

I manufatti sono stati realizzati tutti in sopraelevata in modo da essere raggiungibili anche nei momenti di piena, quando il lago sommerge Ahomey Ggblon.

Il debutto dell’acqua è stata una festa per l’intero villaggio. Nugoli di bambini si sono avvicinati, accerchiando le donne che, con in canestri sul capo, hanno inaugurato le fontane. Venticinque persone, infine, festeggiano un nuovo lavoro: si occuperanno della gestione del sistema idrico.

Gestione dei servizi idrici, chiesta la moratoria

Forti del consenso popolare ottenuto nella campagna referendaria “L’Acqua non si vende” conclusasi agli inizi di luglio, il nostro Comitato, in coordinamento con i Comitati Veneti per l’Acqua Pubblica, ha preso in questi giorni “carta e penna” e ha scritto una lettera a tutti i Sindaci e Consigli Comunali veronesi, al Presidente della Provincia e al Consiglio Provinciale e al Presidente dell’ATO veronese.
Motivo della lettera è la richiesta di sostegno ad un provvedimento normativo di moratoria su tutti i procedimenti attuativi previsti dalle norme vigenti in materia di affidamento della gestione dei servizi idrici ed, in particolare, dell’art. 23 bis della Legge n. 133/2008, in quanto oggetto di prossima consultazione referendaria.
La lettera inviata fa seguito ad un’analoga richiesta che è stata avanzata dal Coordinamento Nazionale Promotore del Referendum al Governo, ai Presidenti e ai Capigruppo di Camera e Senato.
Come Coordinamento Veneto dei Movimenti per l’Acqua la lettera è stata inviata anche al Presidente, alla Giunta e al Consiglio Regionale.
Come la recente vicenda lombarda insegna, in questi ultimi mesi e settimane stiamo assistendo di fatto ad un’accelerazione dei processi di privatizzazione in molte zone del nostro paese.
Noi crediamo, al contrario, che, proprio in virtù dell’ampia adesione che la campagna referendaria ha saputo raccogliere, (1.400.000 firme in tutta Italia, più di 125.000 nel Veneto e 26.500 a Verona); sia necessario ora che Governo, Istituzioni ed Enti Locali, prendendo atto di questo precisa volontà popolare, promuovano e sostengano una moratoria sui procedimenti attuativi previsti dalle attuali normative in materia di servizi idrici. E’ necessario aspettare l’esito referendario prima di ogni decisione in merito, tanto più che sono ben 7 le regioni italiane che hanno presentato ricorso per illegittimità dell’art 15 del decreto-legge 25/09/2009, n. 135, convertito poi in legge il 20 novembre 2009.
Il periodo  della “moratoria” potrebbe essere per tutto il paese un’utile e preziosa occasione di approfondimento e soprattutto di partecipazione, attraverso un ampio confronto e dibattito pubblico, che prepari il cittadino al voto referendario.

Per approfondimenti:

  • Leggi qui la lettera spedita a tutti i Sindaci e Consigli Comunali veronesi
  • Leggi qui la lettera spedita al Presidente della Provincia e al Consiglio Provinciale
  • Leggi qui la lettera spedita al Presidente dell’ATO Veronese

Leggi qui l’articolo pubblicato su “L’Arena” dopo la conferenza stampa organizzata dal nostro Comitato per presentare l’iniziativa.

La democrazia dell’acqua e l’economia dei cowboy

Pubblichiamo il bell’articolo di Vandana Shiva uscito su “La Repubblica”, che ci ricorda  ancora un volta come una gestione collettiva, partecipata e decentrata del bene comune acqua, sia l’unica strada percorribile se vogliamo davvero preservare questa risorsa e con essa la Vita dell’intero pianeta Terra.

19 agosto 2010 “La Repubblica”

La democrazia dell’acqua e l’economia dei cowboy

“La creazione di un mercato non gestito dalla collettività ci riporta al far west”. “Non possiamo diventare egoisti nell´uso delle risorse della natura”

di VANDANA SHIVA

Ci troviamo di fronte a una crisi idrica globale, che minaccia di peggiorare nei prossimi decenni; e man mano che la crisi si aggrava proseguono gli sforzi per ridefinire il concetto di diritti idrici. Un passo storico è avvenuto il 28 luglio, quando le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione che recita così: “L’acqua è una risorsa limitata e un bene pubblico fondamentale per la vita e la salute. Il diritto a disporre di acqua è indispensabile per condurre una vita dignitosa. È un prerequisito per la realizzazione di altri diritti dell’uomo”.

Ma l’economia globalizzata trasforma sempre di più la definizione dell’acqua da proprietà comune a bene privato, da estrarre e rintracciare senza limiti. L’ordine economico globale esige la rimozione di tutti i vincoli, la deregolamentazione dell’uso dell’acqua e la creazione di mercati dell’acqua. I fautori del libero scambio delle risorse idriche considerano i diritti di proprietà privata l’unica alternativa alla proprietà pubblica, e il libero mercato l’unico sostituto della regolamentazione burocratica delle risorse idriche.

L’acqua deve rimanere, più di qualsiasi altra risorsa, un bene pubblico e dev’essere gestita dalla collettività. Nella maggior parte delle società l’acqua era ed è un bene che non può essere posseduto da privati. Testi antichi come le Istituzioni di Giustiniano dimostrano che l’acqua e altre risorse naturali sono beni pubblici: “Per legge di natura queste cose sono comuni all’umanità: l’aria, l’acqua corrente, il mare e di conseguenza la riva del mare…”.

L’arrivo delle moderne tecnologie di estrazione dell’acqua ha accresciuto il ruolo dello Stato nella gestione delle risorse idriche. Soppiantando i metodi di autogestione, queste tecnologie hanno inflitto un duro colpo alle strutture democratiche per la gestione delle risorse idriche, che giocano un ruolo sempre meno importante nella conservazione. La globalizzazione e la privatizzazione delle risorse idriche stanno erodendo i diritti della popolazione e la proprietà collettiva si sta trasformando in proprietà delle grandi aziende. Le comunità di persone reali, con bisogni reali, vengono messe da parte nella corsa alla privatizzazione.

La spinta a privatizzare le risorse idriche comuni nasce da quella che io chiamo “l’economia del cowboy”: se arrivi per primo in un posto hai il diritto assoluto di stuprare, saccheggiare, inquinare. Non hai nessun dovere verso i tuoi vicini, verso quelli che sono venuti prima di te, verso gli abitanti del luogo o quelli che sono venuti dopo di te. È interessante osservare che gli attuali tentativi di privatizzazione e queste leggi da far west sulle risorse idriche sono visti come un modello dal Cato Institute, un istituto di ricerca della destra americana: “Dalla frontiera occidentale, in particolare dai giacimenti minerari, sono nate la dottrina dell’appropriazione preventiva e le basi della commercializzazione dell’acqua. Questo sistema ha offerto gli ingredienti fondamentali per un mercato efficiente dell’acqua, dove i diritti di proprietà sono ben definiti, rispettati e trasferibili”. (T. Anderson e P. Snyder).

La tendenza attuale a estendere l’economia del cowboy a livello globale è la ricetta ideale per distruggere le scarse risorse idriche mondiali e per escludere i poveri dal diritto all’acqua. Dal momento che l’acqua cade sulla terra in modo disomogeneo, dal momento che ogni essere vivente ha bisogno dell’acqua, la gestione decentralizzata e la proprietà democratica sono gli unici sistemi efficienti, sostenibili ed equi per il sostentamento di tutti.

Un elemento fondamentale della filosofia indiana, essenziale per la giustizia sociale, è l’uso accorto e morigerato delle risorse. Secondo un antico testo indiano, le Ishopanishad: “Un uomo egoista nell’usare le risorse della natura per soddisfare i propri bisogni crescenti non è nient’altro che un ladro, perché usare le risorse al di là del proprio bisogno vuol dire usare risorse a cui altri hanno diritto”. E come disse con straordinaria concisione il Mahatma Gandhi: “La terra offre abbastanza per i bisogni di ciascuno, ma non per l’avidità di ciascuno”.

Oltre lo Stato e oltre il mercato c’è la forza della partecipazione collettiva. Oltre le burocrazie e oltre il potere delle aziende c’è la promessa della democrazia idrica.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Sono 20 i Comuni veronesi che hanno approvato la delibera “Acqua Bene Comune”

Con l’approvazione del Comune di Buttapietra della delibera “L’acqua bene comune e la gestione pubblica del servizio idrico” sono ben 20 i Comuni veronesi (vd. elenco più sotto) che hanno affermato il principio che l’acqua è un diritto umano universale e un bene comune pubblico e come tale deve essere considerato privo di rilevanza economica.
Ma c’è anche chi dice “no” è vota contro.
E’ accaduto a Cerro Veronese, dove la delibera presentata dalla minoranza in Consiglio Comunale, è stata respinta dopo ampia discussione. Se, effettivamente, come sembra dall’articolo pubblicato su “L’Arena”, una delle ragioni che ha portato la maggioranza del Consiglio ad esprimere un voto contrario, è quella della necessità di approfondire meglio insieme alla stessa cittadinanza i temi e le questioni espresse nella mozione, noi come Comitato Acqua Bene Comune siano disponibili a prendere parte ad un dibattito e confronto pubblico. L’esperienza fatta di questi anni, ci ha infatti convinto sempre più dell’importanza di creare occasioni di informazione e momenti di dialogo con le persone, affinché la consapevolezza, coscienza e la stessa corresponsabilità e partecipazione sui temi come i “beni comuni” in generale e l’acqua in particolare, diventino sempre più patrimonio diffuso e condiviso dalle singole persone e dalle stesse comunità.

“L’ARENA” Domenica 15 Agosto 2010 PROVINCIA Pagina 31

BUTTAPIETRA. In Consiglio comunale

C’è il voto unanime per l’acqua «bene pubblico»

L’amministrazione si schiera con chi frena la privatizzazione

Il Comune si impegna nella difesa della gestione pubblica dell’acquedotto. I consiglieri comunali, infatti, hanno votato all’unanimità una delibera con cui dichiarano che l’acqua «è un bene comune, indispensabile per la vita». Il provvedimento, che è stato proposto dal sindaco Gian Paolo Pighi, si collega alla protesta, appoggiata anche da molte altre amministrazioni della provincia di Verona oltre che da molte realtà a livello nazionale, per impedire la privatizzazione del servizio pubblico di distribuzione dell’acqua potabile, oggi nella nostra provincia gestito da Acque Veronesi.
Tale possibilità era stata individuata con il decreto legge introdotto il 25 settembre del 2009, noto come «decreto di privatizzazione dell’acqua».
Il provvedimento del governo, nel dare attuazione alle norme dell’Unione europea in materia, prevede la cessione ai privati di servizi pubblici di rilevanza economica. Tra questi, appunto, può rientrare anche quello della distribuzione dell’acqua.
L’assemblea civica di Buttapietra ha ritenuto necessaria «una rinnovata iniziativa politica da parte dei sindaci, i quali non possono sottrarsi all’obbligo di predisporre e organizzare il servizio idrico, in quanto autorità responsabili dell’igiene e della salute dei cittadini».
Il Consiglio comunale inoltre si è impegnato, assieme alla giunta e al primo cittadino, ad «adottare tutte le azioni politiche, tecniche, giuridiche ed anche amministrative che rientrano nelle proprie competenze, per la tutela della gestione pubblica del ciclo delle acque».
L’amministrazione comunale provvederà, inoltre, a favorire nel territorio la diffusione di una cultura «di salvaguardia» delle risorse idriche, e promuoverà di conseguenza campagne di informazione sul risparmio dell’acqua.
Infine, il Consiglio comunale ha chiesto che «nelle sedi comunitarie e nazionali venga riconosciuto a livello normativo che la gestione del servizio idrico locale è priva di rilevanza economica. È una prestazione essenziale per garantire a tutti i cittadini l’accesso all’acqua e pari dignità umana».
«Il privato non è garanzia di efficienza», ha sottolineato Daniele Conti, di Uniti per vivere il paese, «mentre il servizio pubblico ispira la propria azione a criteri di efficienza, solidarietà ed equità». F.T.

“L’ARENA” Sabato 14 Agosto 2010 PROVINCIA Pagina 25

CERRO. Bocciata la mozione presentata dal consigliere Mandarà

L’acqua bene pubblico non entra nello Statuto

«No» trasversale: servirebbe un dibattito allargato

Non entra nello Statuto comunale di Cerro la proposta di considerare l’acqua un diritto e non una merce, bene comune pubblico da conservare per le future generazioni e servizio privo di rilevanza economica. Si trattava di una mozione di cui si era fatto promotore il consigliere di minoranza Giancarlo Mandarà (Comitato nuovo Cerro) che si era attivato anche per la raccolta di firme a favore dei quesiti referendari proposti dal Forum per l’acqua bene comune.

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Ora il mare è più pulito…. ma grazie a un decreto legge

Divieto di balneazioneSei italiani su dieci non andranno in vacanza. Ma potranno sempre tuffarsi nelle acque inquinate sotto casa…un altro miracolo italiano!

ESCAMOTAGE L’Italia si è adeguata a norme comunitarie, valide però soprattutto per le acque fredde del Nord Europa. E così le spiagge chiuse adesso riaprono.

CI RISIAMO. L’anno scorso parlammo di come i laghi lombardi fossero diventati improvvisamente puliti, grazie al ritocco al rialzo degli indici tollerabili di inquinamento.
Quest’estate è toccato ai mari che, secondo la denuncia di Legambiente, sono stati ripuliti per decreto. L’associazione svela infatti come decine di tratti di costa fino a marzo giudicati troppo sporchi per ospitare bagnanti, sono stati invece riaperti grazie all’adozione di una direttiva europea, la 7 del 2006, che rende i controlli di balneabilità meno stringenti. Mentre prima, in Italia, i controlli avvenivano ogni quindici giorni e ogni due chilometri di costa, ora basta un prelievo al mese e ogni qualche decina di chilometri.
Se prima si controllavano dodici parametri biologici e chimico-fisici, ora ne bastano due: la presenza sopra certi limiti di Escherichia coli e di enterococchi. «Queste norme europee» dice Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente «sono state pensate per i mari del nord, dove la stagione balneare è breve, l’acqua fredda e con più ricambio. Nel Mediterraneo la situazione è molto diversa».
Ed ecco perché l’Italia, applicando la legge del 1982, ha sempre previsto controlli più severi, diventando il membro Ue dalle acque più sicure. Con le nuove norme, invece, già ventisette spiagge calabresi sulle 33 chiuse nel 2009 sono state riaperte. Lo stesso per 14 campane, compresa una al centro di Napoli (piazza Nazario Sauro) e alcune alla foce del Sarno. Delle altre regioni non si sa: non hanno risposto alle richieste di Legambiente. «Oltretutto l’Italia rischia pesanti sanzioni per la mancanza di depuratori in 178 centri urbani» aggiunge Ciafani «Li reclamavano gli operatori turistici. Ma adesso chi lo farà?»

Fonte: controlacrisi.org

Un progetto di studio delle risorse idriche nei comuni gardesani

AGS - Azienda Gardesana ServiziL’Azienda Gardesana Servizi (AGS) ha annunciato in questi giorni l’avvio di un progetto per lo studio e censimento delle fonti/risorse idriche nell’area gardesana.
Come Comitato accogliamo l’iniziativa con favore. Siamo convinti infatti che lo studio e la conoscenza del territorio è la premessa e condizione necessaria ed indispensabile per una buona gestione delle nostre acque, attraverso un uso sostenibile e progetti che ne mirino a preservarne la qualità e disponibilità per noi e soprattutto per tutti gli essere viventi e generazioni che verranno dopo di noi.

“L’ARENA” Venerdì 13 Agosto 2010 PROVINCIA Pagina 29

ALLA RICERCA DELL’ORO BLU. Iniziativa di Ags per censire e valutare la qualità delle fonti, in parte dimenticate, in venti Comuni

Speleologi a caccia di nuove sorgenti

Tomei: «Possibile risparmiare energia se saranno trovate anche in alta quota risorse idriche che risultino davvero utilizzabili»

«È un progetto molto importante per l’Azienda gardesana servizi, e riguarda il censimento di tutte le sorgenti d’acqua esistenti in 20 Comuni. Se le cose andranno come pensiamo e speriamo, ci potrebbe essere la possibilità di un notevole risparmio energetico, ma anche di recuperare acqua potabile da sorgenti oggi inquinate o in totale disuso». A spiegarlo è il presidente dell’Ags, Alberto Tomei.

A pochi giorni dall’avvio del progetto affidato alla «Speleogarda società cooperativa», con la collaborazione della Provincia, visto che annovera lo stesso presidente, Giovanni Miozzi, tra i principali sostenitori, Tomei svela alcuni importanti dettagli dell’operazione.

«Abbiamo affidato ad alcuni speleologi che da anni si occupano di grotte anche dell’alto Garda, un lavoro che durerà fino a fine marzo del 2011. Quanto fatto il 28 luglio alla grotta Tanella di Pai è stato solo l’inizio del progetto “Fai vivere la sorgente”. Una prima pietra, insomma, che in realtà mira a censire circa 50 sorgenti dislocate in comuni non solo del Garda ma anche nel primo entroterra e della Valpolicella, tutti soci di Ags».

Gli speleologi, come si legge nel documento di incarico, hanno il compito di «recuperare dati e censire tutte le sorgenti», «realizzare una scheda tecnica per ciascuna di esse», «prelevare campioni di acqua e determinare le caratteristiche fisiche, chimiche, microbiologiche, la temperatura, l’acidità, la durezza, la conducibilità» e tutti gli altri parametri necessari a capire se, come, da cosa e quanto sia inquinata o utilizzabile l’acqua analizzata. Tutti i dati saranno esaminati dall’Arpav, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale di Verona, e verranno «determinate eventuali cause di inquinamento con la valutazione di come fare per bonificarle».

Verrà inoltre realizzata una carta idrogeologica 1:25mila dell’area di indagine con la «definizione delle unità idrogeologiche, la direzione di circolazione delle acque superficiali, la portata delle sorgenti…» e sarà redatta una relazione finale che «servirà a capire come utilizzarle al meglio», ha proseguito Tomei.

Il costo della operazione non è molto elevato: con 30 mila euro, infatti, Ags riuscirà a garantirsi il pacchetto completo per tutti e 20 i Comuni e, soprattutto, «avremo la possibilità di conoscere e capire esattamente quale sia la situazione territorio per territorio».

«Se troveremo sorgenti in alta quota», ha proseguito Tomei, «e questo è ciò che più di tutti ci interessa, dovremmo riuscire a trovare acque relativamente pulite o che si potranno rendere magari potabili, da fare scendere a valle per gravità. Tutto ciò ci consentirà di utilizzare i pozzi esistenti solo in casi di emergenza, e di risparmiare quindi l’energia elettrica utilizzata finora per estrarre l’acqua».

Insomma: «Ags vuole cambiare volto e occuparsi di acqua a 360 gradi, e non solo del collettore fognario o degli acquedotti della maggioranza dei paesi aderenti», come fanno sapere ancora dalla sede di Peschiera.

Dello stesso avviso è anche il presidente della Provincia, Giovanni Miozzi che ha aderito «con entusiasmo» alla proposta. «Sarebbe un vero peccato», aveva detto Miozzi a Pai, in occasione dell’avvio del progetto con le indagini alla grotta Tanella, «avere tante risorse e non sfruttarle nel modo più corretto».

Le logiche del mercato nella gestione dell’acqua

Ecco in un articolo di Andrea Palladino pubblicato in questi giorni su “Il manifesto” quello chè accaduto nell’ATO fiorentino quando sono le logiche di mercato  (e di profitto!!) a prevalere e a guidare i soggetti che hanno in gestione il bene acqua.

Acqua. Strategia del risparmio

di Andrea Palladino su “Il Manifesto”

Consumiamo meno acqua, ci dicono le statistiche. Forse è la crisi, forse sta accadendo che la cultura del risparmio delle risorse ambientali sta iniziando a prendere piede. La notizia potrebbe, quindi, essere più che positiva.

Ed è probabile che essere più accorti con l’acqua, controllando i rubinetti, utilizzando le accortezze di buon senso per non sprecare le risorse idriche, sia una conseguenza più o meno indiretta del lungo e profondo lavoro del movimento per l’acqua pubblica. Nei territori dove sono attivi i comitati gli incontri di sensibilizzazione hanno creato una coscienza diffusa e solida: ripubblicizzare vuol dire soprattutto investire nel futuro dell’ambiente.
In realtà il risparmio idrico in Italia – almeno in alcune regioni – ha una storia quasi decennale. È il caso della Toscana, dove fin dai primi anni 2000 diverse campagne d’informazione hanno convinto i cittadini ad usare con più criterio il rubinetto. Fatto che non è piaciuto a Publiacqua, il gestore privato delle risorse idriche fiorentine. Meno acqua vendo – hanno spiegato i manager – meno fatturo e meno guadagno.
Nel 2001 veniva approvato il Piano d’Ambito, ovvero il piano industriale del bacino fiorentino, affidato alla società per azioni partecipata da Acea. Si prevedeva che nel 2005 il volume dell’acqua venduta ai fiorentini dovesse raggiungere i 92,5 milioni di metri cubi, contro gli 89,8 del 2001. Un aumento che andava in sostanza ad incrementare il profitto di Publiacqua. Alla prima revisione del piano i tecnici si accorgono di aver esagerato, perché tutta quell’acqua a Firenze non serviva. Non solo. Nel 2006 il gestore privato fa sapere che i conti non tornano, perché qualcuno si era messo in testa di risparmiare. «A fine anno 2006 Publiacqua comunica all’Autorità – spiega un documento scritto dall’Ato 3 del Medio Valdarno – un nuovo aggiornamento dei dati sulla fatturazione, che evidenzia per la prima volta una forte contrazione dei volumi per l’anno 2005. La società comunica, inoltre, che la diminuzione dei consumi per l’anno 2005, circa 2 milioni di mc, deriva essenzialmente da una contrazione dei consumi da parte delle utenze domestiche». Ovvero le famiglie usavano, per la prima volta, meno acqua. A questo punto accade l’incredibile: visto che si vende meno acqua e visto che va rispettata la formula magica del “ricavo garantito” per il gestore, i prezzi vanno aumentati.
Il costo dell’acqua si basa su una formula tanto semplice quanto micidiale. Prendendo la variabile indipendente del ricavo garantito per il gestore, questo numero viene diviso per la quantità di metri cubi d’acqua erogati, ottenendo la tariffa media. È evidente che, diminuendo la quantità della merce venduta, il costo unitario automaticamente sale. Il sistema si chiama “metodo normalizzato” ed ha una doppia filiazione: il principio venne sancito nel 1994 dalla legge Galli e reso esecutivo con un decreto firmato Antonio Di Pietro del 1996.
È dunque evidente come la gestione industriale che i tre quesiti referendari dei movimenti per l’acqua pubblica vorrebbe abolire non può garantire il risparmio dell’acqua. Tutto il peso della responsabilità ambientale viene lasciata sulle spalle dei cittadini, che vengono penalizzati con aumenti delle bollette quando attuano una gestione virtuosa dell’acqua. E non saranno di certo le società per azioni a salvare il pianeta.