Torniamo ancora ad occuparci nel nostro blog della popolazione palestinese e in particolar modo di quella che vive nella Striscia di Gaza con questo reportage di Carlo Sordo Olivé, cooperante spagnolo, in cui vengono denunciate con forza le drammatiche condizioni di vita in cui versa la popolazione di Gaza.
Situazione igienica e sanitaria sempre più precaria, estrema povertà e vulnerabilità sono legate e dovute ad un degrado ambientale che vede nel ciclo dell’acqua (ma non solo), una delle sue principali cause.
Ma come possiamo leggere, il degrado ambientale non è né casuale, né accidentale, ma ha nomi e cognomi e precise responsabilità politiche che toccano anche la stessa comunità internazionale.
tratto da NENA- NEWS
INQUINAMENTO A GAZA: LA CRISI DELL’ACQUA
Quasi il 95% dell’acqua pompata nella Striscia non e’ potabile. E Israele continua a impedire l’ingresso dei materiali per riparare i depuratori.
REPORTAGE di CARLO SORDO OLIVÉ*, Gaza City, 4 ottobre 2010 Nena News – La Striscia di Gaza e’ la prigione a cielo aperto piu’ grande al mondo. I suoi confini segnano 41 km di frontiera che la separano dai suoi vicini, Israele e Egitto. All’interno del carcere di Gaza sono rinchiusi un milione e mezzo di palestinesi, per lo piu’ rifugiati, precedentemente cacciati dalla loro terra natia in Haifa o nelle aree dove oggi sorge Tel Aviv, durante la Nakba del 1948. Spogliati delle loro case e della loro terra, e oggi confinati all’interno di un carcere progettato da diversi carnefici e complici, tra cui Israele, l’Egitto e la nostra cara comunita’ internazionale.
Senza voler entrare in un dibattito politico approfondito, ho voluto indagare in dettaglio le condizioni di degrado ambientale che esistono e persistono dentro Gaza. L’equilibrio ideale dei cicli naturali e’ stato distrutto gia’ molto tempo fa e poco o non abbastanza è stato detto circa lo stato attuale delle condizioni ambientali all’interno di questa gabbia di cemento. Non giudicatemi frivolo se desidero parlare di ambiente e inquinamento, in un luogo come Gaza dove oltre l’80% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà.
Non e’ mio obiettivo lasciare a margine la situazione socio-economica, ne’ sottovalutare le azioni concrete(1) che permetterebbero di ridurre o eliminare le condizioni di estrema poverta’ e vulnerabilità, create in modo vergognoso, principalmente dalle politiche adottate da Israele. Al contrario, questo breve articolo si propone proprio di metter in relazione il tema dell’ambiente con la povertà e la vulnerabilità dei palestinesi che vivono nella prigione di Gaza.
Il ciclo naturale comincia dall’uso della terra e dal consumo giornaliero dell’acqua, acqua da bere, per lavarsi, per l’irrigazione, per gli animali. Il 95% dell’acqua pompata a Gaza e’ inquinata, non adatta a essere bevuta. Come e’ facilmente immaginabile, un milione e mezzo di persone generano quotidianamente una quantita’ enorme di rifiuti. Ma a Gaza esistono solo tre depuratori di acque reflue, depuratori che ricevono ogni giorno tra i 40.000 e i 50.000 metri cubi di acque impure. Succede cosi che i depuratori sono costretti ad operare al di sopra delle effettive capacita’, e che di conseguenza solo una minima parte delle acque impure venga effettivamente trattata(2), quindi parte delle acque residue inquinanti e nocive vengono scaricate direttamente in mare. In poche parole, più di 80.000 m3 di acque reflue parzialmente trattate vengono rilasciate in mare ogni giorno a Gaza (3).
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