Speciale Rassegna stampa di alcuni articoli pubblicati dal 20 al 24 aprile 2011 da alcune testate nazionali dopo che il Governo, per bocca del Ministro Paolo Romani, sembrerebbe intenzionato ad intervenire anche sulle norme che direttamente riguardano i due quesiti referendari sull’acqua.
(NOTA: clicca sul titolo in grigio dell’articolo per leggerlo)
- 24 aprile 2011
Fonte: La Repubblica.it
REFERENDUM – Camusso: “Grande mobilitazione contro la trovata del decreto-imbroglio”
- 23 aprile 2011
Fonte: L’Unità
“VOGLIAMO DECIDERE: RACCOLTE UN MILIONE E MEZZO DI FIRME”
Intervista a Paolo Carsetti
- 23 aprile 2011
Fonte: Il Corriere della Sera
Dalla Lega alla sinistra
Movimento dal basso con inedite alleanze
- 23 aprile 2011
Fonte: Il Manifesto
Referendum – Effetto boomerang dello scippo
di Ugo Mattei
- 23 aprile 2011
Fonte: Liberazione
Referendum, l’abrogazione strumentale non basta
Gaetano Azzariti costituzionalista
- 23 aprile 2011
Fonte: La Repubblica
Un simbolo di libertà
di Carlo Petrini
- 23 aprile 2011
Fonte: Il Corriere della Sera
Salviamo l’acqua dalle liti ideologiche
di Sergio Rizzo
- 23 aprile 2011
Fonte: Corriere della Sera
La sfida di Bassanini
Troppi sprechi giusto liberalizzare
- 23 aprile 2011
Fonte: Terra
L’abrogazione dell’Aula varrà per cinque anni
Parla Valerio Calzolaio
- 23 aprile 2011
Fonte: La Repubblica
Legittimo impedimento vero obiettivo di Berlusconi
Intervista a Emma Bonino
- 23 aprile 2011
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Napolitano non firmi questa furbata
Di Pietro: incostituzionali i tentativi di fermare il voto
- 23 aprile 2011
Fonte: L’Unità
Il premier ha paura di tutto, sa di avere perso i consensi
Intervista al Senatore Zanda PD
- 23 aprile 2011
Fonte: La Stampa
Il referendum che il premier vuole evitare
Dopo nucleare e acqua
- 23 aprile 2011
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Vietato votare
- 23 aprile 2011
Fonte: L’Unità
Silenzio video sul voto
La Rai imbavaglia i quesiti
- 23 aprile 2011
Fonte: Avvenire
L’Ue chiede di liberalizzare. Ora l’authority
- 22 aprile 2011
Fonte: La Repubblica
I Cittadini calpestati
di Stefano Rodotà
- 22 aprile 2011
Fonte: Il Manifesto
Dopo il nucleare, l’acqua – Governo contro i referendum
di Andrea Palladino
- 22 aprile 2011
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Referendum last minute su acqua e nucleare
- 22 aprile 2011
Fonte: La Repubblica
Una privatizzazione da oltre 64 miliardi
Rincari e interessi nel business dell’oro blu
- 22 aprile 2011
Fonte: la Repubblica
Referendum, a rischio anche quello sull’acqua
- 22 aprile 2011
Fonte: Il Nuovo Corriere di Prato
Acqua pubblica e referendum
da Equilibri le ragioni del si’ secondo Fattori
- 22 aprile 2011
Fonte: La Repubblica Firenze
Le gallerie Tav nel Mugello drenano il 51% delle sorgenti
- 22 aprile 2011
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Il Referendum e l’acqua sporca
- 22 aprile 2011
Fonte: Italia Oggi
Parigi visita l’acquedotto pugliese
Il 27/4 a Bari
- 21 aprile 2011
Fonte: Il Sole 24 Ore
Authority sull’acqua, ancora stallo
Federutility chiede una norma anti-referendum
- 21 aprile 2011
Fonte: Corriere della Sera
E adesso pronti a fermare il referendum sull’acqua
- 21 aprile 2011
Fonte: La Repubblica
Asse con Mercegaglia contro il referendum
- 21 aprile 2011
Fonte: Finanza & Mercati
E ora riparte il business dell’acqua
- 20 aprile 2011
Fonte: La Stampa
Il bliz deciso dopo un sondaggio e la paura di favorire il quorum
Speciale Rassegna stampa delle testate nazionali del 13 gennaio 2011 dopo la decisione della Corte Costituzionale di ammettere 2 quesiti proposti dal Comitato Promotore del Referendum per l’Acqua Pubblica
(NOTA: clicca sul titolo in grigio dell’articolo per leggerlo)
- 13 gennaio 2011
Fonte: La Stampa
Adesso i beni comuni possono entrare nel dibattito politico
Intervista a Stefano Rodotà
- 13 gennaio 2011
Fonte: Il Manifesto
La lunga marcia contro i privatizzatori
di: Andrea Palladino
- 13 gennaio 2011
Fonte: Il Manifesto
L’acqua nell’urna
- 13 gennaio 2011
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Vincono i movimenti: al voto l’acqua pubblica
- 13 gennaio 2011
Fonte: L’Unità
Per l’acqua privata e le centrali nucleari sceglieranno i cittadini
- 13 gennaio 2011
Fonte: Corriere della Sera
Scudo, nucleare, acqua
Ammessi quattro referendum
- 13 gennaio 2011
Fonte: La Repubblica
Dalla Corte via libera a altri quattro quesiti oltre allo scudo anche acqua e nucleare
- 13 gennaio 2011
Fonte: La Stampa
Acqua e nucleare, sì ai referendum
- 13 gennaio 2011
Fonte: La Stampa
I comitati voglioni mettere indietro le lancette della storia
Il ministro Fitto
- 13 gennaio 2011
Fonte: Terra
La carica dei referendum
- 13 gennaio 2011
Fonte: QN
Acqua privata e centrali nucleari
Si della Consulta ai referendum
- 13 gennaio 2011
Fonte: Il Mattino
Via libera anche ai quesiti su nucleare e acqua ai privati
Si andrà al voto in primavera
- 13 gennaio 2011
Fonte: Europa
La mina referendaria sulla legislatura
- 13 gennaio 2011
Fonte: Terra
Hera, più profitti e meno servizi
- 13 gennaio 2011
Fonte: Corriere di Arezzo
Si al referendum sull’acqua pubblica
Esulta il Comitato Acqua Publica Arezzo
Speciale Rassegna stampa dal 19 al 21 luglio 2010
(NOTA: clicca sul titolo in grigio dell’articolo per leggerlo)
Buongiorno di Massimo Gramellini - La Stampa – 20 luglio 2010
L’amaca di Michele Serra - La Repubblica – 21 luglio 2010
La prima pagina di Liberazione
Referendum, per l’acqua pubblica consegnare 1,4 milioni di firme – Il Corriere della Sera – 19 luglio 2010
Record di firme in Cassazione – Repubblica - 19 Luglio 2010
Referendum acqua, 1,4 milioni di firme - Il Sole24ore – 19 luglio 2010
1 milione e 400mila firme per l’acqua pubblica – Carta – 19 luglio 2010
Questo referendum s’ha da fare – Servizio tg3 – 19 luglio 2010
Un milione e mezzo di Italiani per l’acqua pubblica – Avvenire – 20 luglio 2010
Acqua pubblica, un milione di firme – Tgcom – 19 luglio 2010
Il referendum sull’acqua fa acqua – Il Post – 21 luglio 2010
Referendum acqua pubblica, record di firme - Affari Italiani – 19 luglio 2010
“No all’acqua privatizzata” - L’Unità – 20 luglio 2010
Referendum acqua, raccolte 1,4 milioni di firme – Mtv News – 20 luglio 2010
Acqua privata? E’ record di firme per il referendum -Sky.it – 19 luglio 2010
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Fonte: L’ARENA del 27 febbraio 2010
La grande sfida dei tre sindaci: “Qui l’acqua non si privatizza”
Presto manifestazioni e una raccolta firme
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Fonte: ilmegafonoquotidiano.it del 01 febbraio 2010
Un referendum per sottrarre l’acqua ai privati
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Fonte: Rete Bassa
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Fonte: Il Manifesto del 27 dicembre 2009
di Andrea Orlandi
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Fonte: luogoespazio.info
Acqua. La riappropriazione sociale
di Marherita Ciervo
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Fonte: L’ARENA del 28 dicembre 2009
Passaggio ad Acque Veronesi con il timore del caro-bolletta
di Giuseppe Corrà
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Fonte: LA STAMPA del 23 novembre 2009
L’acqua ai privati è già un affare d’oro
di Luca Fornovo
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Da “L’ARENA” del 9 dicembre 2009
ADIGE GUÀ. I dati della Regione dimostrano che il fiume è il più inquinato del Veneto. Per salvarlo ci vogliono 500mila euro
Il Fratta malato può guarire
Servono soldi che non ci sono
Paola Bosaro
L’allarme maggiore arriva dalla presenza verificata dall’Arpav del cromo: a Zimella è addirittura di dieci volte superiore al livello massimo consentito
- Mercoledì 09 Dicembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 28
Il Fratta ammalato può guarire, ma servono oltre 500 mila euro per la cura. Una somma che per ora non c’è. L’annuncio è stato dato da Fabio Strazzabosco, dirigente del Servizio sistema idrico integrato della Regione a margine dell’incontro sui risultati dello studio sul fiume più inquinato del Veneto condotto dal Consorzio Leb in collaborazione con l’Aato Chiampo, la «Sentinella dei fiumi», la Coldiretti, due imprese di costruzione e la Regione appunto. Un’affermazione che sembra scoraggiare anche i più volonterosi anche se l’ultima pubblicazione curata da Erich Roberto Trevisiol, docente di difesa delle acque all’università di Venezia, sia tutt’altro che pessimista. È un’analisi approfondita del bacino del Fratta-Gorzone, degli apporti idrici, del rischio idraulico, delle caratteristiche dei territori attraversati, oltre che naturalmente della qualità delle acque. L’indagine non è fine a se stessa, ma mira a partire dalle criticità per arrivare a proporre un piano di risanamento complessivo del fiume per un futuro rilancio paesaggistico e ricreativo-turistico.
La pericolosità idraulica del fiume è determinata dalla crescente urbanizzazione lungo il suo corso. Ma per quanto concerne l’aspetto biologico, negli ultimi anni si è assistito a un progressivo miglioramento della qualità delle acque, grazie soprattutto agli interventi effettuati negli impianti di depurazione delle industrie conciarie. E alla contestuale crisi che ha provocato la chiusura di molte fabbriche. Tuttavia l’Arpav classifica ancora lo stato ambientale del Fratta–Gorzone come «scadente» a Zimella, Cologna e Bevilacqua, «sufficiente» a Merlara, Sant’Urbano e Stanghella, e di nuovo «scadente» ad Anguillara e Cavarzere. L’allarme maggiore arriva dalla consistente presenza di cromo totale (non esavalente) riscontrata dall’Arpav in tutte le stazioni esaminate, nella maggior parte dei casi con valori al di sopra della soglia di contaminazione del suolo per siti ad uso commerciale ed industriale: a Zimella addirittura di dieci volte superiore al massimo consentito. Tra gli altri metalli pesanti presenti in concentrazioni significative c’è lo zinco ed il mercurio. I valori riscontrati superano in tutte le stazioni di monitoraggio i 10 ng/Kg, soglia limite per i suoli ad uso di verde pubblico, privato e residenziale.
Le proposte per migliorare la salute del fiume sono molteplici. Nello studio si suggerisce la messa a dimora di siepi ripariali e fasce tampone boscate ai margini del corso d’acqua. La maggiore disponibilità di alberi potrebbe indurre a realizzare le cosiddette «filiere legno-energia», che produrrebbero guadagno a costi sostenibili ed ecocompatibili. Al termine dello studio si auspica l’adozione di piani regionali come hanno fatto il Piemonte e la Lombardia. Ma per ora la Regione preferisce procedere per accordi di programma visto che quello firmato nel 2005 da Regione, Arica e Ministero dell’Ambiente per il disinquinamento del Fartta-Gorzaone sta dando buoni risultati.
A Cologna
ecco le fasce
di rispetto
- Mercoledì 09 Dicembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 28
Fra i paesi citati come possibili modelli per implementare buone pratiche sul Fratta-Gorzone c’è Cologna. I suggerimenti riguardano le fasce di rispetto, l’incremento della vegetazione lungo il fiume e la creazione di percorsi ciclabili. «Con me su questa questione si sfonda una porta aperta», ha commentato il sindaco Silvano Seghetto. «Ho già firmato un accordo con due privati che, in cambio della possibilità di costruire lotti artigianali, hanno ceduto al Comune 8.800 metri quadrati di terreno lungo l’argine sinistro dove realizzeremo una ciclabile e provvederemo a piantumare e naturalizzare la zona». Nell’ambito di un altro accordo con un privato, Seghetto ha previsto la creazione di un bosco di pianura di 55mila metri quadri lungo il canale Zerpano, a Sabbion. P.B.
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Da “L’ARENA” del 5 dicembre 2009
Interrogazione
in Provincia
«Che cosa si fa?»
Scoperto l’inquinante anche nelle acque di Sona e Sorgà
- Sabato 05 Dicembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 36
Il problema atrazina a Villafranca sta assumendo aspetti sempre più preoccupanti tanto da indurre il consigliere provinciale Giuseppe Campagnari (Sinistra e Libertà-Rifondazione e Comunisti italiani) a presentare un’interrogazione, con risposta scritta, al presidente della Provincia.
Campagnari rileva che dopo il riscontro della presenza di atrazina nei pozzi dell’acquedotto comunale, in settembre, che servono Dossobuono, Calzoni, Rizza e l’aeroporto Catullo, nel territorio comunale di Villafranca la presenza della sostanza inquinante è stata riscontrata anche a Sona e, una decina di giorni fa, anche in un pozzo privato a Sorgà.
I sindaci di Villafranca, Sona e Sorgà hanno emesso ordinanze per vietare l’uso alimentare dell’acqua, poi revocate, mentre resta in vigore quella del sindaco di Sorgà che vieta l’uso alimentare dell’acqua prelevata da pozzi privati ad una profondità inferiore ai 30 metri. Per rimarcare la gravità della situazione, Campagnari ha ricordato che già nel 2005 furono riscontrati inquinamenti da atrazina nel pozzo di Quaderni e poi a Alpo e che in via precauzionale fu chiuso anche uno dei tre pozzi vicini al paese in località Comotto.
«Visto che a questo punto non si tratta più di casi sporadici», scrive Campagnari nell’interrogazione, «ma di una situazione diffusa che può provocare gravi danni alla salute, chiedo di conoscere quali azioni concrete sono state avviate per monitorare e accertare le cause di inquinamento non solo a Villafranca e Sona ma anche negli altri Comuni che ricadono nella fascia di ricarica delle falde acquifere». Il consigliere provinciale chiede pure «se sono stati fatti controlli rigorosi sulle falde minacciate dall’atrazina ma anche da altre sostanze inquinanti. Quali interventi si possono attuare per difendere in modo più adeguato l’acqua, bene comune primario». E conclude la sua interrogazione chiedendo «quando saranno resi disponibili i dati e le analisi sulle acque potabili del territorio veronese». LI.FO.
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Da “RETEAMBIENTE”
Privatizzare l’acqua e allontanarsi dalla cultura della pace
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Da “L’ARENA” del 4 dicembre 2009
IN CONSIGLIO. Maggioranza e opposizione
Acqua ai privati
Due documenti
ribadiscono il «no»
All’amministrazione Tosi si chiede l’impegno di far recedere il Parlamento dal decreto Ronchi
- Venerdì 04 Dicembre 2009
- CRONACA,
- pagina 8
Tutti d’accordo: l’acqua è un bene comune e non va privatizzata. E così, in un’atmosfera pre-natalizia, nella seduta del Consiglio comunale di ieri sera, maggioranza e opposizione hanno approvato due distinti documenti, la mozione 414 presentata dall’opposizione, primo firmatario il consigliere del Pd Giancarlo Montagnoli, e l’ordine del giorno presentato da due esponenti della maggioranza, Barbara Tosi (Lega Nord) e Andrea Miglioranzi (Lista Tosi), entrambi passati con 27 sì e 11 astenuti, entrambi mirati a scongiurare la privatizzazione della gestione dell’acqua come previsto dal recente decreto Ronchi.
Nell’illustrare la mozione, il consigliere Montagnoli ha elencato i diversi punti deboli della normativa Ronchi, come, ad esempio, la mancanza di un’autorità che garantisca il cittadino che a maggior costi avrà maggiori benefici, il rischio del passaggio dal monopolio pubblico a quello privato nonchè la pericolosità della dismissione forzata che rischia di essere molto svantaggiosa per l’ente pubblico.
Il consigliere Barbara Tosi ha chiesto al sindaco all’Amministrazione «di mettere in atto tutte le attività necessarie per evitare la privatizzazione dell’acqua» e ha quindi auspicato la produzione di un documento unico che raccolga le istanze presentate dalla mozione quanto dall’ordine del giorno.
Polemico l’intervento del consigliere Stefano Valdegamberi (Udc):«Mi sembra molto strano che quelli che a Verona chiedono che l’acqua resti un bene pubblico siano della stessa parte di quelli che a Roma hanno votato per la sua privatizzazione. Vorrei ricordare che mentre il gestore pubblico ha a cuore il servizio all’utente, il privato è mosso solo dall’interesse. Perciò approvo la mozione».
Il consigliere Ivan Zerbato (Pd), che è stato tra i primi a sollevare il dibattito sull’acqua privatizzata, ha auspicato che «tutte le forze politiche abbiano un ripensamento su questa vicenda perchè a fine 2011, quando dovrebbe scattare la privatizzazione dell’acqua, vi sarà un assalto da parte delle multinazionali. E come estrema soluzione suggerisco il ricorso al referendum».
Il consigliere Luigi Pisa (Lega Nord), che è anche presidente dell’Aato, ha detto di condividere il contenuto di entrambi i documenti, ricordando che lunedì 14 dicembre, all’assemblea dei soci farà votare un documento contro la privatizzazione dell’acqua.E.C.
CASTEL D’AZZANO
L’Arena
Mozione per tutelare l’acqua pubblica
* Venerdì 04 Dicembre 2009
* PROVINCIA,
* pagina 35
La minoranza ha chiesto che sia approvata una mozione che difenda l’utilizzo dell’acqua come risorsa e bene comune dell’umanità. A chiederlo è stato il consigliere Alberto Tivelli, medico di base che, richiamando l’approvazione da parte del governo del decreto legge che prevede di affidare la gestione dell’acqua a società a partecipazione mista pubblica privata, con inevitabili lievitazione dei costi, ha chiesto a «sindaco, giunta e consiglio di intraprendere tutte le azioni possibili per fare in modo che il servizio idrico integrato sia gestito con il pieno controllo dell’istituzione pubblica».
A conferma della sua richiesta, spiega ancora Tivelli che «le istituzioni, stato, Regioni e Comuni, hanno la libertà di scegliere se fornire in forma diretta un servizio di interesse generale o se affidare tale compito ad altro ente».
Il sindaco Franco Bertaso, dopo aver ringraziato il collega per aver sollevato la questione, ha continuato: «La mozione evidenzia una preoccupazione reale e la metterò in discussione nel prossimo consiglio. Annuncio non solo la mia piena adesione alla mozione ai consiglieri e ai cittadini, ma ricordo che, con altri colleghi sindaci, abbiamo già presentato una petizione all’Ato veronese e al governo stesso per esprimere la nostra contrarietà al decreto legge».G.G.
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Da “L’ARENA” del 23 novembre 2009
BUSSOLENGO. Dopo il decreto del governo
Mozione in Consiglio:
«L’acqua sia pubblica»
Ceschi: «Nel Veronese la gestione dà buoni esiti e la risorsa idrica è un diritto, non un bene»
- Lunedì 23 Novembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 16
Mozione del capogruppo del Partito democratico Stefano Ceschi all’esame nel Consiglio comunale di giovedì «Acqua bene comune». Ceschi chiede al sindaco Alviano Mazzi della Lega Nord e a tutto il Consiglio di prendere posizione contro l’articolo 15 del dl. 135 che prevede la privatizzazione dell’acqua e di assumere l’impegno di inserire nello Statuto comunale il riconoscimento dell’acqua come bene comune e diritto universale e dichiarando nel contempo il servizio idrico privo di rilevanza economica.
«L’acqua», aggiunge il consigliere, «è un bene comune e un diritto umano universale da conservare per le future generazioni. Con l’approvazione del decreto Ronchi, fortemente voluto dal centrodestra, i Consigli comunali e i sindaci saranno espropriati dalla gestione dell’acqua potabile, avviando così la mercificazione di un bene essenziale per ogni essere vivente».
Conclude Ceschi: «Ritengo questo atto importantissimo per il nostro paese, anche perché l’attuale gestione esercitata dai due gestori pubblici nella Provincia di Verona si è dimostrata all’altezza delle aspettative degli enti pubblici soci».L.C.
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Fonte: Il Manifesto
UN DECRETO DA RITIRARE
di Emilio Molinari e Rosario Lembo
http://www.acquabenecomunetoscana.it/spip.php?article8570
Fonte: Il Manifesto
L´ACQUA CHE SCOTTA
di: A. Palladino
http://www.acquabenecomunetoscana.it/spip.php?article8569
Fonte: L´Unità
La protesta – Forum per l´acqua pubblica
La protesta nasce dal basso
http://www.acquabenecomunetoscana.it/spip.php?article8568
Fonte: L´Unità
Sarà guerra contro i pescecani del mercato – E alla fine risparmierò
Il Governatore della Puglia
http://www.acquabenecomunetoscana.it/spip.php?article8567
Fonte: L´Unità
E Parigi torna indietro sconfessando i campioni nazionali
http://www.acquabenecomunetoscana.it/spip.php?article8566
Fonte: L´Unità
Non saremo complici – La lotta dei sindaci ribelli nella terra di Cosa Nostra
Il fatto
http://www.acquabenecomunetoscana.it/spip.php?article8564
Fonte: L´Unità
Il grande business dell´acqua privata – Una torta da 8 miliardi
di Roberto Rossi
http://www.acquabenecomunetoscana.it/spip.php?article8565
Fonte: L´Unità
Affari da bere
Editoriale
http://www.acquabenecomunetoscana.it/spip.php?article8563
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Da “L’ARENA” del 22 novembre 2009
LA BATTAGLIA. Il Pd: «Centrodestra non credibile, ha aiutato i privati»
«L’acqua torni pubblica
o si va a un referendum»
- Domenica 22 Novembre 2009
- CRONACA,
- pagina 11
O si cambia la legge o si fa un referendum. La missione ha la «emme» maiuscola. Far modificare la legge che mette in gara d’appalto la gestione dell’acqua dando la possibilità a privati — o a società pubblico-private ma con almeno il 40 per cento in mano a privati — di gestire la reti. Quale modello per cambiare legge? Quello varato tre anni fa quando tre quarti dei Comuni veronesi decisero che il bene primario per eccellenza dovesse restare in mano pubblica, assegnato nella gestione ad Acque Veronesi e controllato dai sindaci attraverso l’Aato. È la proposta dei consiglieri comunali del Partito democratico Giancarlo Montagnoli, Ivan Zerbato e Orietta Salemi, promotori di una mozione con cui invitano il Consiglio e l’amministrazione a confrontarsi con i parlamentari veronesi per valutare i passi da compiere per modificare la legge. Ma non escludono la possibilità di ricorrere allo strumento referendario.
Montagnoli rileva come «il centrodestra non è credibile ora che, varata la legge, cerca a livello territoriale di fare tenere comunque la gestione dell’acqua in mano pubblica. Ricordo che nel 2000 l’amministrazione di Verona di centrodestra vendette i tubi dell’acqua ad Agsm perché doveva andare in borsa e che nel 2004-2005 fece forte opposizione in Consiglio per impedire al Comune di riprendersi la proprietà di 98 pozzetti». Il consigliere del Pd sottolinea poi la scelta positiva del 2006 dei sindaci veronesi «che vollero la gestione pubblica perché ritenevano che questa garantisse qualità del servizio e prezzi contenuti, come in effetti è stato. Mentre dove entrano i privati le bollette aumentano».
Zerbato aggiunge: «La Lega stia zitta. A Roma vota questa legge e poi qui a Verona vuole difendere l’acqua pubblica. L’assessore Conta, del Pdl, dice poi che comunque vinceranno le gare Acque Veronesi o il Consorzio veneto, grazie alla loro efficienza. Ma chi l’ha detto? E se invece vince qualche multinazionale estera? E poi, dire questo, non è quasi turbativa d’asta?».E.G.
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da L’Arena del 20 novembre 2009
REAZIONI. Il Comitato «Acqua bene comune»: referendum. Mozione approvata in Provincia
E scatta la protesta bipartisan
- Venerdì 20 Novembre 2009
«L’acqua è un bene comune e un diritto umano universale, non una merce o un bene di rilevanza economica. Anche l’esperienza l’ha insegnato: dove la gestione dell’acqua era privata, si sta facendo dietro-front». Così il Comitato veronese «Acqua bene comune» motiva il suo «no» al decreto legge 135, trasformato in legge giusto ieri alla Camera. «La normativa non va bene: andrà ritoccata».
Secondo i membri del comitato nato tre anni fa, non c’è studio o esperienza sul campo che dimostri che il privato è necessariamente più efficiente del pubblico. «In Italia la privatizzazione viene fatta passare come un salto verso la modernità», afferma Francesco Avesani. «Ma in Francia a Parigi, patria delle due più grandi multinazionali dell’acqua, Veolia e Suez, dal 1° gennaio del 2010 si tornerà al pubblico dopo anni di gestione privata. E anche Berlino si sta muovendo in tal senso. In Italia c’è l’esempio della Toscana, dove la gestione mista pubblico-privata ha prodotto tariffe tra le più alte del Paese. Perché c’è poco da fare: il privato è efficiente quando fa profitto, mentre sull’acqua l’efficienza andrebbe misurata sulla qualità del servizio».
E sempre in nome del profitto, tra i rischi per il cittadino figurano, oltre ai rincari, la precarizzazione del lavoro e la scarsa attenzione alla manutenzione delle reti idriche.
«Tornare al pubblico è ancora possibile, nonostante la legge appena approvata», conclude Avesani.
PROVINCIA E COMUNE. E questa volontà, nel Veronese, c’è: lo dimostrano i comuni di Fumane, Sommacampagna, Povegliano, Valeggio, Castelnuovo e Sant’Ambrogio che hanno approvato delibere in cui assumono questo impegno, così come il Consiglio regionale.
Ieri inoltre in Provincia Sinistra e Centrodestra hanno votato assieme una mozione promossa da Giuseppe Campagnari di Sinistra ambiente e libertà nella quale si afferma che «L’acqua è fonte di vita. Senza acqua non c’è vita. L’acqua costituisce pertanto un bene comune dell’umanità»,
La mozione impegna il presidente e la Giunta «a sollecitare le istituzioni e i rappresentanti locali, a partire dai parlamentari, ad attivarsi per evitare una privatizzazione».
Sul fronte comunale, il capogruppo della Lista Tosi, Andrea Miglioranzi, annuncia una mozione per la difesa dell’acqua come bene pubblico e contro la sua privatizzazione e le speculazioni su un bene primario che appartiene alla collettività intera e la cui tutela, avevamo inserito nel programma del sindaco Flavio Tosi.
PARLAMENTO. In Parlamento il deputato della Lega nord Alessandro Montagnoli è intervenuto per chiedere la modifica della normativa relativamente ai servizi pubblici locali. «Il Governo ha accolto un nostro ordine del giorno che demanda ai regolamenti la possibilità con criteri di economicità e trasparenza della gestione in house».E.P. e R.C.
Nelle città vicine
la bolletta
è più salata
- Venerdì 20 Novembre 2009
Che Verona se la passi bene quanto a gestione dell’acqua è opinione comune tra gli addetti ai lavori. Ma anche la ricaduta sulle tasche dei cittadini è positiva, con tariffe che sono tra le più basse d’Italia.I dati parlano chiaro: immaginando un consumo totale annuo che per una famiglia media si aggira sui 200 metri cubi d’acqua, la bolletta per i 12 mesi del 2009 costerebbe a Verona 208,88 euro contro una media nazionale di 236,28. Nel Veneto meglio di noi fa solo Venezia, che si ferma a 198 euro.MAGLIA NERA. Maglia nera per Rovigo, costretta a far fronte agli elevati costi per rendere potabile l’acqua dell’Adige, e che si attesta su 364 euro annui. Ma anche Padova e Vicenza non scherzano, rispettivamente con 281 e 272 euro. Anche a livello nazionale Verona non sfigura. Nella classifica del Belpaese stilata da Cittadinanza Attiva su dati 2008 (considerando stavolta un consumo medio pari a 192 metri cubi all’anno), la nostra città si colloca al 62° posto con una bolletta di 183 euro quando chi sta in vetta, ovvero Agrigento, fa pagare 445 euro e la media italiana è di 253 euro. TOP TEN. Nella top ten si trova quasi tutta la Toscana, dove peraltro la gestione mista pubblico-privata (che il decreto Ronchi vorrebbe estendere al resto d’Italia) è già una realtà. A Verona si spende anche meno che nelle realtà confinanti come Trento (198 euro), Mantova (207), Vicenza (234) e Modena (260). «Ma le tariffe non sono l’unico indicatore per definire se la gestione dell’acqua funziona o meno», ammonisce Luciano Franchini, direttore generale Aato veronese.LA RETE. «Serve verificare anche qualità e status della rete idrica». E se Verona può contare su falde di ottima qualità, le perdite dovute a guasti nella rete rimangono appena sotto la media nazionale del 34%. E.P.
LA POLEMICA. Dopo l’approvazione del provvedimento da parte del Parlamento, gli enti locali corrono ai ripari. E la Regione ha già pronte le contromisure
«L’acqua ai privati? Può restare ai veneti»
L’assessore regionale Conta: «Il consorzio tra società pubbliche parteciperà alle gare» L’Aato: «Priorità all’efficienza»
- Venerdì 20 Novembre 2009
Non sono bastati gli slogan di consumatori e ambientalisti né l’altolà di varie forze politiche che annunciano già il referendum abrogativo: da ieri il decreto Ronchi, approvato alla Camera, è legge e, secondo l’articolo 15, la gestione dell’acqua è liberalizzata.
L’affidamento dei servizi pubblici locali, tra cui quelli idrici, avverrà quindi attraverso gare ad evidenza pubblica, aperte a società con azionariato anche misto pubblico-privato. Bandi che, avvertono gli addetti ai lavori, avranno verosimilmente portata europea. L’affidamento «in house» da parte dell’ente locale a una società direttamente controllata (come avviene a Verona con Acque Veronesi e Azienda gardesana servizi) viene consentito solo «per situazioni eccezionali». Entro il 31 dicembre 2011, dunque, secondo quanto stabilito dalla normativa, anche l’affidamento ad Acque veronesi cesserà, salvo che un socio privato non rilevi almeno il 40% della società.
Ma in questo quadro non ancora definito, il Veneto potrebbe avere, già ad oggi, la professionalità e la forza per competere anche in ambito europeo, grazie a una sinergia, in atto da oltre due anni, tra le società che gestiscono l’acqua nei capoluoghi della regione (con una copertura di 2,5 milioni di utenti), e che vede Verona come capofila.
Lo annuncia soddisfatto l’assessore regionale all’Ambiente Giancarlo Conta: «Si tratta di un consorzio nato tempo fa come coordinamento delle società di gestione dell’acqua a Verona, Vicenza, Padova e Treviso, che hanno stipulato dei protocolli d’intesa con l’obiettivo di ridurre i costi e ottimizzare gli investimenti. E i risultati ci sono già: il raggruppamento ha partecipato a una gara per acquisire energia e il risparmio totale è stato di 5 milioni di euro».
Un sodalizio nato con altri intenti ma che, nella congiuntura attuale, potrebbe quindi tornare davvero utile. «Il consorzio potrebbe infatti concorrere ai bandi di gara previsti dalla legge appena votata facendo fronte alla concorrenza e ottimizzando le prestazioni. Ora si tratta solo di arrivare ad un’intesa più definita dal punto di vista amministrativo. E in questo modo l’acqua può restare ai veneti».
«Privatizzare Acque Veronesi e Ags non era certo una priorità», commenta Luciano Franchini, direttore generale dell’Autorità d’ambito territoriale ottimale veronese (Aato), che ha il compito di organizzare il servizio idrico integrato con funzioni di programmazione e di controllo. «La situazione da noi è buona e le tariffe si collocano nella fascia più economica del panorama nazionale. Chiaramente il governo ha una visione diversa dalla nostra: l’Italia è lunga, le esperienze diverse. Forse, più che obbligare alla privatizzazione, sarebbe stato utile discriminare tra chi funziona e chi no, valorizzando le prime realtà e mirando a risolvere i problemi dove il sistema non ingrana».E.P.
BENI DI TUTTI. Il governo: nessun pericolo
L’acqua «privata»
è diventata
legge dello Stato
Via libera al testo di Ronchi La sinistra prepara il referendum
- Venerdì 20 Novembre 2009
Il ministro Andrea Ronchi insieme a Silvio Berlusconi
ROMA
Via libera tra le polemiche, alla Camera, al decreto Ronchi che prevede, tra l’altro, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche.
Il governo difende il provvedimento, spiegando che l’acqua rimarrà comunque un bene pubblico e non ci saranno incrementi delle tariffe. Ma l’opposizione è sulle barricate e critica nel metodo e nel merito le nuove norme.
L’Idv dopo il via libera finale al testo (con 302 sì e 263 no) fa partire in aula una contestazione con tanto di cartelli con lo Stivale e la scritta «Giù le mani dall’acqua». Il partito di Di Pietro, insieme alla sinistra radicale, tra l’altro, è pronto a raccogliere le firme per un referendum abrogativo della misura.
La Lega resta fredda su un testo che rischia di far alzare i prezzi in molti comuni del nord dove le bollette dell’acqua non sono alle stelle. «Difenderemo il patrimonio delle ex municipalizzate», dice il capogruppo Cota, che evidentemente non teme le grandi imprese italiane ma solo quelle straniere, «dall’aggressività delle grosse multinazionali estere».
Ma il ministro delle Politiche europee Ronchi e quello degli Affari regionali Fitto, che hanno gestito tutta la partita, danno una serie di rassicurazioni: «Non ci saranno innalzamenti delle tariffe», sottolinea Fitto, e la liberalizzazione consentirà «interventi sulla rete», per cercare di arginare la questione delle perdite. Il ministro dice poi che ci sarà un organismo di controllo del settore idrico. Anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno tenta di placare gli animi: «In Parlamento avrei votato sì», dice. «Non ci sarà un rincaro delle bollette». E ancora: «Ci sarà l’apporto dei privati ma nessuno toglierà l’acqua ai romani».
Secondo il Pd e l’Udc, però, si tratta di una norma che «va contro gli interessi dei cittadini», come sottolinea la capogruppo dei democrats in commissione Ambiente Raffaella Mariani o ancora «non risolutiva» per il suo omologo centrista centrista Mauro Libè.
La sinistra è ancora più dura e prepara un referendum contro un provvedimento che il presidente della giunta pugliese Nichi Vendola (che ha già detto che ricorrerà alla Corte costituzionale) definisce «ignobile». Ora la partita si sposterà sui regolamenti attuativi che il ministro Fitto ha assicurato «saranno varati dal Consiglio dei ministri entro la fine dell’anno».
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Da “L’ARENA” del 19 novembre 2009
POVEGLIANO. Convegno sulle nuove direttive sul bene pubblico
Acqua gestita dai privati
I sindaci si mobilitano
Giorgio Bovo
Bigon: «Contrasteremo l’obbligo della gara»
- Giovedì 19 Novembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 28
Anche il Comune di Povegliano da tempo opera per rimarcare il diritto all’acqua nell’era della privatizzazione e per garantire un servizio idrico pubblico e partecipato. «I presenti all’incontro», spiega il sindaco Anna Maria Bigon, «si sono interrogati sulle prospettive per il servizio idrico dell’Aato di Verona e sulle conseguenze derivanti dalla privazione dei Comuni delle loro competenze sull’acqua. Convenuto che l’acqua deve rimanere un bene e non una merce, i sindaci si sono impegnati ad incontrarsi in assemblea straordinaria per adottare tutte le misure necessarie per contrastare l’obbligo della messa a gara e la consegna dell’acqua ai privati entro il 2011».
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Da “L’ARENA” del 19 novembre 2009
BUSSOLENGO. Serata pubblica
Al via la campagna
«Salviamo l’acqua»
con il «Gas» locale
I conti di Acque veronesi: servizio in quasi tutti i Comuni scaligeri pubblico fino al 2032
- Giovedì 19 Novembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 27
«Un milione e mezzo di persone al mondo ha ancora un accesso limitato all’acqua. Ne servono 40 litri al giorno per la sopravvivenza: noi consumiamo questa stessa quantità per una doccia. In Italia la media è di 250 litri a persona al giorno; in Austria 160, in Francia 150. Bisogna cambiare stile di vita per un uso razionale di questa risorsa, anche nei confronti delle generazioni future». È stato questo l’appello lanciato da Roberto Grigoli, assessore all’ecologia, all’apertura della serata organizzata dal Gruppo di acquisto solidale (Gas) di Bussolengo in collaborazione con il comitato «Acqua bene comune».
La serata è stata introdotta da un atto unico della compagnia Poco stabile. L’organizzazione dell’acqua come risorsa primaria è stata illustrata da Giandomenico Allegri, consigliere di amministrazione di Acque veronesi, che dal 2007 gestisce il servizio idrico integrato per 77 comuni della provincia. «Acque veronesi», ha spiegato Allegri, «distribuisce oltre 60 milioni di metri cubi di acqua l’anno con l’obiettivo in sei anni di unificare la tariffa. Gestisce 7.000 chilometri di tubature con 250 addetti. L’acqua della nostra provincia è buona, economica, controllata e per il momento è in mano ai cittadini, dato che il contratto scade nel 2032».
Acqua di rubinetto o in bottiglia? Ha risposto Giovanni Sandri del Sian (servizio igiene alimenti e nutrizione dell’Ulss 22): «Il gusto dell’acqua è determinato dai sali che si depositano», ha spiegato, «ma è dimostrato ormai che non creano calcoli renali. Quanto ai controlli, l’acqua del nostro territorio è buona e controllata». Un tema scottante è stato affrontato da Francesco Avesani e Luca Cecchi del comitato Acqua bene comune: «Imbottigliare e vendere è una forma di privatizzazione, per questo abbiamo lanciato la campagna Salva l’acqua».L.C.
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Da “L’ARENA” del 19 novembre 2009
RISORSE. Se passerà il decreto Ronchi la gestione pubblica di Acque Veronesi potrebbe terminare alla fine del 2011
Allarme per l’acqua ai privati
Tariffe a rischio impennata
Elisa Pasetto
Luigi Pisa, presidente dell’Aato: «Nel Veronese i nostri risultati si sono dimostrati ottimali sia sul piano della qualità che dei costi ai cittadini»
- Giovedì 19 Novembre 2009
- CRONACA,
- pagina 11
Se infatti a livello nazionale la situazione è tutt’altro che rosea, con tariffe medie tra le più basse del mondo ma una qualità che in molte realtà lascia a desiderare e una rete idrica allo sfascio (gli interventi stimati superano i 60 miliardi), nel Veronese secondo i cittadini la gestione dell’«oro blu» pare tra le migliori.
«Cadiamo nelle maglie di un provvedimento nazionale che è costretto a tener conto delle diverse realtà territoriali», afferma Guido Cuzzolin, presidente di Acque Veronesi. «In generale nel Veneto la gestione è ottimale dal punto di vista della qualità e delle tariffe». Ma anche qui, se il cosiddetto decreto «salva-infrazioni» sarà confermato alla Camera col voto finale previsto alle 13 di oggi, lo scenario è destinato a cambiare. Come? Le gare a evidenza pubblica diventerebbero la regola per l’affidamento dei servizi da parte delle amministrazioni. Anche l’acqua potrebbe quindi essere affidata a privati, pur mantenendo pubblica proprietà della rete. Le gestioni frutto di un affidamento «in house», ovvero società composte interamente da soci pubblici, cesserebbero alla data del 31 dicembre 2011. E proprio questo è il destino di Acque Veronesi.
«Una volta approvato il decreto, l’assemblea dell’Aato (Autorità d’ambito territoriale ottimale veronese, ndr) dovrà decidere se continuare il contratto con Acque Veronesi, con la necessità di bandire però una gara per trovare un socio privato cui verrà assegnato il 40% delle proprie azioni, oppure se farlo decadere al 31 dicembre 2011», continua Cuzzolin, «nel qual caso occorrerà trovare un nuovo gestore su una base di gara pubblica».
E quali saranno, allora, le ricadute sui cittadini? Il timore dei più è un aumento delle tariffe, sulla scia di quanto successo per esempio a Latina, con bollette lievitate fino al 600% dopo uno dei primi affidamenti in Italia del servizio idrico a una società mista pubblico-privata. «In alcune realtà dove è avvenuta la privatizzazione le tariffe sono effettivamente aumentate, ma non ovunque», rassicura Luigi Pisa, presidente dell’Aato. «Certo l’eventuale successo del decreto Ronchi non mi rende felice perché nel Veronese i nostri risultati si sono dimostrati ottimali sia sul piano della qualità che delle tariffe». L’acqua veronese, infatti, è stata giudicata buona e a buon mercato dal Coviri (Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche), organo di controllo nazionale che fa capo al ministero dell’Ambiente: il suo costo per metro cubo supera di poco l’euro. «Inoltre finora, in caso di guasti o problematiche, i nostri tecnici sono sempre usciti in tempo reale su segnalazione dei cittadini. Che se entreranno in gioco le multinazionali, dovranno rivolgersi a un call center. Ma è ancora presto per creare allarmismi. E noi continueremo a vigilare la situazione anche durante la fase di transizione».
Sulla stessa lunghezza d’onda Cuzzolin, che conclude: «Il tema di fondo non è la privatizzazione o meno, ma capire se il servizio è o non è funzionale». Come dire che non necessariamente il pubblico è meglio del privato. È il caso di alcune realtà siciliane gestite dal pubblico con tariffe elevate e servizio scadente. Ok alla liberalizzazione, quindi, se questo significa migliorare la gestione. «Il tutto, però, senza trasformare l’acqua in pura merce di scambio: non si tratta di un prodotto, ma di un bene sociale».
«Così si apre la strada alla speculazione
delle multinazionali»
- Giovedì 19 Novembre 2009
- CRONACA,
- pagina 11
Se autorità d’ambito ed enti gestori stanno a guardare le mosse del Governo in attesa di sviluppi, chi già chi grida all’emergenza di fronte all’ipotesi della privatizzazione dell’acqua è il mondo degli ambientalisti.
«L’acqua è un bene comune, il suo utilizzo deve rispondere a criteri di utilità pubblica», tuona Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto. «La maggior parte delle esperienze di privatizzazione non hanno portato al miglioramento della qualità della risorsa, né alla diminuzione dei consumi e dei costi».
Il timore è che si apra la strada a una grande speculazione privata. Entro15 anni, infatti, il 65 per cento del servizio idrico dell’Europa e del Nord America potrebbe essere gestito da sole tre multinazionali. «E poi non si capisce perché aziende pubbliche che garantiscono qualità del servizio e tariffe contenute debbano ora essere obbligate a trasferire quote importanti dell’azienda a privati».
Secondo Legambiente, i modi per porre fine alle speculazioni e ai disservizi sono altri: «Occorre trovare forme innovative per rendere protagoniste le comunità locali, per vigilare sull’applicazione di un esercizio trasparente ed equo».
Contrarie ai contenuti del decreto Ronchi anche le associazioni dei consumatori. «Non è vero che solo il privato può gestire il bene pubblico in modo economico ed efficiente», afferma Davide Cecchinato di Adiconsum Verona. «Passando al privato, il rischio è in primis l’aumento delle tariffe, quando i consumatori sono già stati gravati da un più 10 per cento con il passaggio da Agsm ad Acque Veronesi».
Il rischio di tariffe più alte, insomma, per ambientalisti e consumatori, c’è tutto. E non solo. C’è il rischio anche di perdita di posti di lavoro e di avere una qualità dell’acqua più scarsa. Sarebbero questi i rischi legati al decreto «salva-infrazioni» secondo il Comitato «Acqua Bene Comune» di Verona.
«Arezzo, la prima città che ha vissuto una gestione mista tra pubblico e privato, ha tuttora la tariffa dell’acqua più alta d’Italia, quasi tre volte la nostra», fa sapere Luca Cecchi del Comitato. «E pensare che il Governo fa passare il decreto come passaggio necessario per l’attuazione di obblighi comunitari, come se la liberalizzazione ci fosse imposta dall’Europa, mentre, in realtà, il trattato europeo lascia ai membri la scelta della gestione: basterebbe perciò definire l’acqua come bene privo di rilevanza economica per sottrarla agli appetiti delle multinazionali».E.P.
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Da “L’ARENA” del 19 novembre 2009
DECRETO RONCHI. Approvato il provvedimento sulle liberalizzazioni. È il 26° voto «blindato»
Camera, sì alla fiducia
sull’acqua privatizzata
- Giovedì 19 Novembre 2009
- NAZIONALE,
- pagina 2
Il Governo incassa la fiducia sul decreto che liberalizza la distribuzione dell’acqua facendo il pieno dei voti. È il 26° voto di fiducia in 18 mesi del governo Berlusconi. Alla fine i sì sono stati 320 (uno dei quorum più alti degli ultimi mesi) i no 270, smentendo così voci su possibili «segnali» verso il Governo da ambienti dissidenti. Del resto a firmare il decreto è stato il ministro Ronchi tra i più vicini al presidente della Camera Gianranco Fini, mentre i malumori venivano piuttosto dal fronte leghista che alla fine si è però accontentato di portare a casa un ordine del giorno a prima firma del capogruppo Roberto Cota, che impegna il governo a valutare deroghe alla liberalizzazione della gestione dell’acqua per i comuni «virtuosi»: «la gestione in house», si legge nell’odg, «può non essere svantaggiosa per i cittadini» e occorre tenere conto nei decreti attuativi di «specifiche condizioni di efficienza» del servizio pubblico locale.
Bossi, a Montecitorio per votare la fiducia era stato chiaro nel dare la linea: «Non si può far saltare il governo: non si muore per una legge, si muore se salta il governo». E così malgrado le proteste delle opposizioni il disegno di legge Ronchi si avvia a diventare legge, il voto finale è previsto per oggi.
Sulle barricate, oltre alle opposizioni, sono salite numerose associazioni di consumatori pronte a scommettere che l’unica liberalizzazione sarà per le tariffe, inevitabilmente destinate tra il 30 e il 40%. «Si profila una vera e propria stangata», si dice certo il Codacons, secondo cui «se nel 2009 una famiglia media italiana spenderà 268 euro, considerando un consumo medio annuo di 200 metri cubi d’acqua, tra 3 anni quella stessa famiglia spenderà in media 348 euro all’anno, con un incremento di 80 euro, pari al 30% in più». Per Adiconsum, invece «se le tariffe sono le più basse in Europa è grazie al pubblico. Il privato non è garanzia di investimento; è invece certo che ci saranno tariffe più elevate». E c’è chi come Cittadinanzattiva ha promesso l’inizio di una raccolta firme per chiedere un referendum.
Delusi anche gli enti locali che dovranno gestire materialmente le nuove norme. Per il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani «ancora una volta, viene meno la collaborazione e il rispetto delle competenze regionali e si preferisce una forzatura che non ci convince».
Ma il ministro ribadisce che si tratta di liberalizzare solamente la distribuzione, con vantaggi per gli utenti e «minori sprechi di un bene che resta prezioso».
«Così si apre la strada alla speculazione
delle multinazionali»
Se autorità d’ambito ed enti gestori stanno a guardare le mosse del Governo in attesa di sviluppi, chi già chi grida all’emergenza di fronte all’ipotesi della privatizzazione dell’acqua è il mondo degli ambientalisti.
«L’acqua è un bene comune, il suo utilizzo deve rispondere a criteri di utilità pubblica», tuona Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto. «La maggior parte delle esperienze di privatizzazione non hanno portato al miglioramento della qualità della risorsa, né alla diminuzione dei consumi e dei costi».
Il timore è che si apra la strada a una grande speculazione privata. Entro15 anni, infatti, il 65 per cento del servizio idrico dell’Europa e del Nord America potrebbe essere gestito da sole tre multinazionali. «E poi non si capisce perché aziende pubbliche che garantiscono qualità del servizio e tariffe contenute debbano ora essere obbligate a trasferire quote importanti dell’azienda a privati».
Secondo Legambiente, i modi per porre fine alle speculazioni e ai disservizi sono altri: «Occorre trovare forme innovative per rendere protagoniste le comunità locali, per vigilare sull’applicazione di un esercizio trasparente ed equo».
Contrarie ai contenuti del decreto Ronchi anche le associazioni dei consumatori. «Non è vero che solo il privato può gestire il bene pubblico in modo economico ed efficiente», afferma Davide Cecchinato di Adiconsum Verona. «Passando al privato, il rischio è in primis l’aumento delle tariffe, quando i consumatori sono già stati gravati da un più 10 per cento con il passaggio da Agsm ad Acque Veronesi».
Il rischio di tariffe più alte, insomma, per ambientalisti e consumatori, c’è tutto. E non solo. C’è il rischio anche di perdita di posti di lavoro e di avere una qualità dell’acqua più scarsa. Sarebbero questi i rischi legati al decreto «salva-infrazioni» secondo il Comitato «Acqua Bene Comune» di Verona.
«Arezzo, la prima città che ha vissuto una gestione mista tra pubblico e privato, ha tuttora la tariffa dell’acqua più alta d’Italia, quasi tre volte la nostra», fa sapere Luca Cecchi del Comitato. «E pensare che il Governo fa passare il decreto come passaggio necessario per l’attuazione di obblighi comunitari, come se la liberalizzazione ci fosse imposta dall’Europa, mentre, in realtà, il trattato europeo lascia ai membri la scelta della gestione: basterebbe perciò definire l’acqua come bene privo di rilevanza economica per sottrarla agli appetiti delle multinazionali».E.P.
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Da “Il Corriere del Veneto” del 19 novembre 2009
Il referendum – e Il consigliere regionale verde Bettin propone una consultazione popolare e attacca il governo Berlusconi
Acqua ai privati, rivolta dei sindaci veneti
Decreto Ronchi: Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella e deputato leghista, va contro il Pdl: «Ci ha imposto la fiducia»
La protesta degli operatori ecologici contro la privatizzazione dell’acqua (Vision)
VENEZIA – Per il momento è ancora acqua trasparente, ma rischia di diventare una nuova rivolta che non bada ai colori politici. Dei sindaci naturalmente. Quelli sulla bocca di tutti quando si offre un bicchiere dal rubinetto. «Da noi si dice acqua del sindaco e così deve rimanere. Già facciamo tutto con i privati visto il Patto di stabilità, anche l’acqua no». Francesco Lunghi (Pdl), primo cittadino di Monselice, dice di non sentirsi tranquillo. Il decreto Ronchi solleva dubbi, scioperi (ieri ha aderito circa il 90% del personale delle aziende di servizio) e giudizi tranchant. «C’è poco da fare, Roma ha sbagliato», rincara la dose il sindaco di Belluno Antonio Prade (Pdl). «Il Pdl ci ha costretto mettendo la fiducia sul decreto – ribatte Massimo Bitonci che oltre a fare il sindaco di Cittadella, ieri era alla Camera per votare la proposta –. Noi della Lega vogliamo l’acqua pubblica e se proprio devono entrare i privati al 40% siano cordate di cittadini. E’ il Pdl che voleva privatizzare l’acqua e fino a qualche tempo fa era d’accordo anche il Pd».
Nel 2007 precisamente, quando il ddl fu presentato dal governo Prodi (fu l’ex ministro Linda Lanzillotta). «L’acqua non ha colore – aggiunge il presidente dell’Anci e sindaco di Negrar Giorgio Dal Negro – aumentano la tariffe con la privatizzazione? E dov’è il problema. Adesso sono calmierate rinvestendo gli utili, domani l’acqua aumenta, ma i Comuni risparmiano e daranno servizi a minor costo». A patto che il controllo sia serrato, ripetono tutti in coro. Il ricordo della spazzatura di Napoli fa ancora rabbrividire. «Là sono crollati i privati che facevano la raccolta rifiuti per conto del Comune – dicono da Veritas, la multiutility veneziana – e alla fine i cocci sono stati tutti del pubblico». Anche perché, a sentire i padovani Acegas Aps ed Hera, la rete idrica perde mediamente tra il 30 e il 40% dell’acqua circolante e i costi operativi degli acquedotti viaggiano su scala nazionale intorno ai 60 miliardi di euro. «Sono cifre enormi – dice il sindaco di Mira Michele Carpinetti (Pd) – chi vuoi che le metta? Qui si fa un decreto per privatizzare i guadagni e scaricare le perdite sulle tasche dei cittadini. Al solito di questo governo».
Per l’Aato veronese invece il problema è rappresentato dall’ingresso dei privati, magari multinazionali straniere. Come è successo in Francia, dove la privatizzazione ha portato a un tale aumento delle tariffe da costringere il parlamento a fare un passo indietro vent’anni dopo. «Non serve andare lontani – dicono i consiglieri della sinistra veneziana che hanno votato un ordine del giorno contro la privatizzazione e dato mandato al sindaco Massimo Cacciari perché l’acqua non sia soggetta alla disciplina della concorrenza e sia inserita nello statuto comunale come diritto umano – dove è stata privatizzata in Italia è aumentata del 300%». E infatti se in Veneto una famiglia spende mediamente dai 160 euro di Venezia ai quasi 300 di Rovigo, a Firenze, Pisa ed Empoli, dove i Comuni hanno privatizzato il servizio idrico, non si scende sotto i 350 euro.
«Non è detto che le tariffe debbano crescere – minimizza il sindaco di Rovigo Fausto Merchiori (Pd) – succederà solo se gli impianti saranno obsoleti». «Dal momento che le sorgenti restano pubbliche – fa eco Flavio Zanonato (Pd), primo cittadino di Padova – il fatto che il gestore sia privato non deve scandalizzare, anche se dubito che il decreto reggerà». «Che regga o non regga il decreto, questa è la vera faccia della Lega e del Pdl – sottolinea il consigliere regionale dei Verdi Gianfranco Bettin – partiti che compiono continui tradimenti ai danni dell’elettorato svendendo le risorse più preziose. Si faccia un referendum e vediamo che cosa ne pensano i veneti». «Non c’è bisogno, l’elettorato si esprimerà a breve – conclude il sindaco di Musile di Piave Gianluca Forcolin che da deputato ha votato il decreto – noi della Lega faremo inserire in Finanziaria una norma per far sì che le aziende pubbliche virtuose, come quelle venete, non siano obbligate a cedere quote».
Alessio Antonini
Marco de’ Francesco
19 novembre 2009
di Paolo Rumiz – 05/11/2009 La Repubblica
Con le reti idriche allo sfascio, l´Italia accelera la privatizzazione dell´acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco “gap” infrastrutturale. I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all´acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent´anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo.
Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient´altro che il solito polverone. Uno scontro di “teologie”: con una maggioranza che crede nell´efficacia salvifica della gara d´appalto e della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell´acqua “bene comune”. In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare “l´acqua del sindaco”, intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio.
Nell´agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato cos carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più verso i privati. Stavolta è d´accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l´acqua – ultima trincea del pubblico servizio – minaccia fuoco e fiamme. «In nessun´altra parte d´Europa – attacca il presidente Emilio Molinari – si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center».
Contro il provvedimento s´è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s´è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l´acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d´Europa (si dice che abbia dato più da… mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di “l´acqua è una cosa pubblica” ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone.
Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un´azienda comunale totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d´Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora non vogliono che questo preluda al passaggio a un´azienda con sede a Milano, Roma o magari all´estero. A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l´acqua ad altri.
« la fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a statuto speciale» osserva Marco Job del C.m.a di Udine. «Facevamo tutto da soli – ghigna il carnico Franceschino Barazzutti – dalle mie parti il sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E´ tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati».
Privatizzare è l´ultima speranza di adeguarci all´Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello. proprio l´enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. «Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà le piccole imprese, e cos finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome», spiega Antonio Massarutto dell´università di Udine. Altra cosa che pu falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. «Siamo in Italia» brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: «Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo». Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità.
Pubblico o privato? «Non importa che i gatti siano bianchi o neri – scherza Passino citando Marx – l´importante è che mangino i topi». Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l´azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un´authority ventiquattrore su ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno discusse daccapo. Massarutto: «L´anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Non è vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca furbate o fughe speculative». Figurarsi se poi l´azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede.
Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d´Europa. Questo perché – a differenza di Francia o Germania – finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le bollette dell´acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell´elettricità, che invece sono – udite – le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: «Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali». Nell´incertezza sul futuro, il ritardo aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115 euro pro-capite l´anno.
L’Arena 16 ottobre 2009
CARO VITA. In nove anni, dal gennaio 2000 al luglio 2009, il costo del servizio idrico è quasi raddoppiato e la nostra città è tra le prime 15 in Italia per la crescita dei costi
Sos tariffe: per l’acqua maxi rincaro del 12%
Nel Veronese nel 2008 le tariffe sono aumentate del 12 per cento In un anno la spesa media di una famiglia può arrivare a 200 euro
- Venerdì 16 Ottobre 2009
- CRONACA,
- pagina 7
Acqua bene primario, ma sempre più costoso. E Verona, con un incremento del 12,3 per cento nel 2008, appartiene al novero delle 15 città in cui l’aumento è stato maggiore rispetto alla media del 5,4 per cento.
In testa a questa classifica c’è il più 34,3 per cento di a Salerno. In Veneto, il rincaro maggiore si è registrato a Padova, il 16,3 per cento. In generale, incrementi si sono avuti in 68 capoluoghi di provincia. Inoltre, secondo dati Istat, da gennaio 2000 a luglio 2009 l’aumento è stato del 47 per cento. Significa che, in un anno, una famiglia sostiene in media una spesa di 253 euro per il servizio idrico integrato. L’indagine, svolta dall’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, si è focalizzata sul servizio idrico integrato per uso domestico (acquedotto, canone di fognatura e di depurazione, e quota fissa o ex nolo contatori). I dati sono riferiti ad una famiglia tipo di tre persone con un consumo annuo di 192 metri cubi di acqua e sono comprensivi di Iva al 10 per cento. Con sette tra le prime 10 città più care, la Toscana si conferma la regione con le tariffe mediamente più alte. Costi più elevati della media nazionale si riscontrano anche in Puglia, Umbria, Emilia Romagna, Marche, Basilicata e Sicilia.
Dalla sede in via Ca’ di Cozzi dell’Aaato, l’ente che nel Veronese gestisce le risorse idriche e i sistemi fognari di 97 Comuni, si precisa che i proventi delle bollette «finanziano gli interventi necessari all’adeguamento e al miglioramento delle reti di acquedotti e fognature in tutta la provincia, che assommano per il 2008 a 57 milioni di euro e altrettanti per il 2009, poiché il nostro obiettivo è unicamente il pareggio di bilancio».
Gli aumenti, nel 2008, sono stati di 1,5 euro al mese e il prezzo dell’acqua potabile ha inciso per il 7,9 per cento rispetto a energia e riscaldamento. Una famiglia tipo, secondo dati di Federconsumatori, regolarmente allacciata alla rete fognaria comunale e con un consumo di 175 metri cubi annui, ha speso, Iva esclusa, 167 euro, contro i 459 euro per l’utilizzo di 2.700 chilowattora l’anno di energia elettrica e i 1.099 per l’uso di 1.400 metri cubi all’anno di gas metano.
Inoltre, le tariffe del servizio idrico integrato per il 2009, sono state nell’ordine di 1 euro al mese in più per famiglia. Nel Veronese i costi più elevati si riscontrano a Negrar e Fumane e nei Comuni un tempo gestiti dal Camvo, mentre i costi minimi si registrano a San Giovanni Ilarione. Per l’area del Garda i rincari maggiori ci sono stati a Costermano e i i costi più bassi si riscontrano a Valeggio. Questa forbice che si sta gradualmente riducendo, secondo l’Aato si esaurirà entro il 2012, quando le tariffe si saranno allineate in tutto il territorio provinciale.
Il presidente dell’Autorità d’ambito, Luigi Pisa, parla di «impegno per ottimizzare il servizio idrico, in modo da garantire a tutti i veronesi per i prossimi anni acqua potabile di buona qualità ed in quantità sufficiente a soddisfare i loro bisogni, senza le differenze del passato». E aggiunge: «Solo con gli investimenti finanziati dall’omogeneizzazione delle tariffe potremo vivere in un ambiente tutelato dal continuo miglioramento tecnico delle reti fognarie e degli impianti di depurazione».
Dal 2006 al 2008 sono stati investiti 70 milioni di euro per migliorare la disponibilità e la qualità dell’acqua potabile a Verona e provincia. Infine, il Piano triennale delle opere 2009-2012 autorizza interventi per 114 milioni di euro nell’area di pertinenza di Acque veronesi e 20 milioni per quella di Gardesana servizi.
Servizi pubblici locali, verso privatizzazione selvaggia dell’acqua (leggi su criticamente.it)
Da “L’Arena”
POVEGLIANO. L’associazione Hermandad e il Cai Battisti impegnati a sostenere i villaggi di La Concepcion
Acqua e aiuti agli scolari
di una valle dell’Ecuador
Bartolo Fracaroli
I beneficiari inviano le note per dimostrare come hanno speso i soldi ricevuti E partono nuovi progetti
- Sabato 12 Settembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 28
Da anni due organizzazioni veronesi, l’Hermandad di Povegliano ed il Cai Battisti di Verona si prodigano per una comunità di una valle sperduta dell’Ecuador. Dal tropico del sud vicino all’equatore, adesso sono arrivati i resoconti fino all’ultimo centesimo dell’utilizzo sociale dei fondi arrivati dal Veronese.
Siamo nella valle del Mira, povertà assoluta in una popolazione fatta da discendenti degli schiavi africani importati per tutto l’Ottocento. Da anni a Povegliano un gruppo di amici, fra i quali il socio del “Cai Battisti” Nevio Geroin che fa periodici viaggi laggiù a proprie spese raccordandosi con gli unici che si preoccupano di queste popolazioni, i missionari cattolici, ha fondato l’associazione di volontariato Hermandad. Nel 2005 il colpo di genio. Ottiene l’adesione del tradizionale Natale Alpino del Cai Battisti scaligero a un progetto che coinvolge scolari e genitori delle misere scuole dei villaggi. Si tratta di allevare due maiali per frazione e coi proventi degli animali venduti dopo un anno di ingrasso, provvedere alle necessita della scuola. La Battisti raccoglie 14.500 euro (19.065 dollari) più che sufficienti per suini e stabbi “scolastici”.
Dal 2005 la Hermandad è impegnata nel cercare di risolvere il grave problema dell’acqua nelle 17 comunità che compongono La Concepcion. In quota di acqua ce n’è tanta, ma mancano gli acquedotti e l’obiettivo di posizionare un rubinetto davanti ad ogni casa. Tanto lavoro e già stato fatto, 8 frazioni sono ultimate, fra le restanti c’e Naranjal per il quale la spesa prevista nel lontano 2005 era di 11.000 dollari. Il Natale Alpino della Battisti concorre con 9.500 euro. Scrivono dall’Ecuador: per i maialini il comitato ha distribuito alle scuole il pervenuto in quattro quote, vincolando il versamento delle successive alla verifica dell’utilizzo della prima. Alcune hanno flesso il denaro al più agevole allevamento di polli e vitelli oltre a nuove colture. E lo hanno documentato. Altre hanno intrapreso attività meglio realizzabili, quattro hanno interrotto l’allevamento d’accordo con insegnanti e genitori.
Tutti hanno rispettato le cifre assegnate e documentato gli oneri sostenuti. Lo stesso per l’acqua potabile dove però i costi delle materie prime e le piogge invernale che ha distrutto lo opere di captazione (siamo sulle Ande ) hanno fatto lievitare il preventivo da 11 mila ai 20 mila dollari del consuntivo. Eppure “l’informe economico” documenta come, con l’intervento dell’Onlus di Povegliano ed altri, siano riusciti a completare l’acquedotto. Una rete di 3, 5 chilometri con serbatoi di raccolta e rompi pressione, casse per le valvole, distribuzioni anche domiciliari.
Adesso si apre la campagna per l’ultima impresa attivata. C’è una signora che gestisce 34 bambini della valle dentro un edificio fatiscente, dal difficile accesso e sotto la minaccia di una frana. È stata segnalata da madre Camilla Andreatta, economa provinciale dei comboniani di Esmeraldas e responsabile del distretto della Cattedrale. Battisti e Hermandad hanno varato “Hogar campesino” per il Natale Alpino 2008-9. Ed è arrivata una missiva toccante. Sono i bambini della casa dove la signora Ana Cabeza permette loro di poter andare a scuola. Ringraziano, nonostante i lavori siano solo in corso, e hanno parole di affetto, e di benedizione.
acqua pubblica addio, largo ai privati
10.09.09 IL MANIFESTO
SAN GIOVANNI LUPATOTO. Il Consiglio comunale ha concesso a una ditta trenta metri quadrati di area pubblica in via 24 Maggio per collocare il nuovo impianto
Guerra al distributore
«No all’acqua market»
Renzo Gastaldo
Insorge il Comitato: «Non si deve fare cassa su un bene comune: i privati non devono entrarci»
- Mercoledì 02 Settembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 23
Trova l’opposizione del Comitato «Acqua bene comune» la decisione del consiglio comunale di concedere a una ditta l’occupazione di trenta metri quadrati di area pubblica in via 24 Maggio, angolo via Pacinotti, per la collocazione di un impianto per la produzione e distribuzione dell’acqua, denominato «Casa dell’acqua».
Il Comitato «Acqua bene comune» ha espresso, con una lettera al sindaco e al presidente del consiglio comunale, le ragioni della sua netta contrarietà a quella che si ritiene «una mera operazione commerciale avvolta di un’aura ecologista». Esordisce la lettera: «Il Comitato “Acqua bene comune” di Verona non è contrario alle Case dell’acqua in sé, ma al modo in cui quest’esperienza (nata nel milanese sotto la spinta pubblica, ndr) si sia trasformata nel caso di San Giovanni in un business privato, in cui anche il Comune ragiona in una logica privatistica puntando a fare cassa (quasi 10 mila euro all’anno di affitti incassati, ndr), su un bene comune di fondamentale importanza come l’acqua».
Il Comitato ricorda che l’acqua «è un diritto, non una merce» perché senza non c’è vita. «Per questo motivo l’accesso all’acqua potabile, in Italia garantito dal servizio idrico integrato, è un servizio essenziale privo di rilevanza economica, che dev’essere gestito integralmente dal pubblico con logiche sì di efficienza ed economicità, ma mirate alla solidarietà e non al profitto».
Secondo il Comitato invece con la Casa dell’acqua di San Giovanni passa il concetto che è il privato a fornire l’acqua più buona, che garantisce standard migliori di qualità e sicurezza, in una logica di competitività sul mercato totalmente estranea a quella del diritto all’acqua. Afferma il Comitato: «È infatti nella logica del mercato che il privato dovrà ragionare se vuole rendere redditizio il servizio e pagare il canone al Comune, e pertanto dovrà convincere i cittadini che la “sua” acqua è più buona di quella “del sindaco”. Il Comitato sottolinea inoltre che non c’è necessità di trattare l’acqua: «I cittadini devono sapere che l’acqua del rubinetto è buona per legge, è sottoposta a rigorosi controlli».
Il Comitato ricorda anche che i cittadini di oggi e quelli di ieri hanno pagato con le bollette le reti e le infrastrutture idriche necessarie a vedersi garantito l’accesso all’acqua potabile. E si chiede: «Perché un privato deve beneficiare di quello che è un bene comune, già pagato dalla collettività, per lucrarci indiscriminatamente? E perché proprio il Comune, l’espressione delle istituzioni più vicina al cittadino, dev’essere complice di questa logica di mercato? Non sembra che questa iniziativa sia nata dal comune, il quale poi si è messo alla ricerca di un soggetto per attuarla, quanto piuttosto che il comune si sia dimostrato accondiscendente alla richiesta del privato». Il Comitato evidenzia che è questa la strada per fare cultura dell’acqua e per sensibilizzare la cittadinanza su un corretto uso di un bene che in prospettiva sarà sempre più importante. Né, secondo il comitato, sembra questa la strada per ridurre il consumo dell’acqua minerale in bottiglia e spostarlo verso l’acqua del rubinetto, peraltro più controllata e più sicura. Conclude la lettera: «La casa dell’acqua così com’è concepita non ci sembra altro che un ”Acquamarket”, una commercializzazione di quello che è un bene di tutti e che tutti hanno a disposizione nelle proprie case. Se Casa dell’acqua dev’essere, che sia perlomeno la Casa dell’acqua di tutti e non di uno solo e che quindi sia il Comune a prenderla in gestione».
«Benefici per il Comune
La polemica è sterile»
- Mercoledì 02 Settembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 23
Il sindaco Fabrizio Zerman liquida così l’istanza del Comitato «Acqua bene Comune»: «Mi pare soltanto la volontà di aprire polemiche sterili, quasi costruite ad arte. Il problema, per quanto mi riguarda, non esiste». E prosegue: «Mi chiedo perché l’amministrazione comunale non dovrebbe accogliere l’iniziativa commerciale di un privato che punta sulla vendita di acqua gasata o refrigerata. Teniamo poi presente che al Comune deriva un beneficio dalla concessione del terreno, in quanto ne ricava un affitto mensile. Credo non ci sia motivo per ostacolare questa proposta e il consiglio comunale ha condiviso l’impostazione». Il consiglio aveva approvato (10 voti a favore della maggioranza, 3 contrari della minoranza) la proposta di concedere per 15 anni trenta metri quadrati di suolo pubblico al richiedente all’incrocio fra le vie XXIV Maggio e Pacinotti. Fra i benefici ambientali era stato segnalato il minor uso di bottiglie di plastica. R.G.
In Lombardia
si «preleva»
senza pagare
- Mercoledì 02 Settembre 2009
- PROVINCIA,
- pagina 23
Quella di San Giovanni Lupatoto sarà una delle prime Case dell’acqua gestite dal privato. Queste fontanelle pubbliche rivisitate sono abbastanza diffuse in Lombardia, dove ne esistono oltre una quindicina. Sono però realizzate dai comuni in collaborazione con società pubbliche e distribuiscono gratuitamente l’acqua. Queste strutture si sono rivelate, nei circa due anni di funzionamento, un valido strumento per rilanciare il consumo dell’acqua della rete idrica e un servizio a vantaggio della cittadinanza. La media dei consumi in ogni casa dell’acqua è di 2500 litri al giorno. Le strutture funzionano come una fontana pubblica da cui è possibile dissetarsi gratuitamente con acqua naturale e frizzante refrigerata o asportare l’acqua. Le case dell’acqua lombarde si compongono di un locale chiuso contenente le apparecchiature produttive e di un patio aperto al pubblico dove sono ubicati gli erogatori. R.G.
da “Il Manifesto” – intervista a Riccardo Petrella 6/08/09
Andrea Palladino
La sinistra e il “buco” dell’Acquedotto pugliese
Professore, ricostruiamo questa storia dal principio.
Nell’aprile del 2005 Nichi Vendola, attraverso Pietro Folena, mi chiama per dire se ero interessato a prendere la presidenza dell’Acquedotto pugliese per realizzare il progetto di cui si parlava anche con lui da alcuni mesi: renderlo di nuovo pubblico. Significava non solo rivedere lo statuto giuridico dell’impresa Aqp che era diventata nel frattempo una società per azioni (a partire dal 1999, su iniziativa del governo D’Alema). Si trattava di cambiare lo statuto dell’impresa concessionaria a cui era stata delegata la funzione di gestire l’acquedotto pugliese. La ripubblicizzazione significava – e forse questo era l’aspetto più importante – modificare la politica di gestione delle acque nel senso di orientarla verso la realizzazione del diritto all’acqua per tutti, ovvero i 50 litri minimi al giorno che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sono necessari per ogni persona. Bisognava però avere una politica dell’acqua come bene comune, portare quindi un’attenzione particolare alla politica del risparmio, concentrandosi sulla gestione del territorio affinché le risorse idriche non siano messe a stress, nel senso che non siano degradate sul piano qualitativo, che non siano contaminate. E infine la ripubblicizzazione significava applicare una gestione di tipo democratico con la partecipazione dei cittadini alle grandi scelte e ai grandi orientamenti della gestione delle risorse idriche della Puglia.
E com’è andata? Che cosa non ha funzionato?
Aspetti. Questo che le ho detto era il nostro progetto e il nostro accordo. All’epoca Vendola confermava che la sua intenzione era di fare dell’Acquedotto pugliese un esempio. E nelle sue volate retoriche – che sono molto frequenti – aveva detto che l’Acquedotto pugliese sarebbe diventato l’accademia dell’acqua pubblica. L’accademia nazionale ed anche internazionale della pratica dell’acqua come bene comune. Questo era il senso della ripubblicizzazione.
E invece su quali punti c’è stata una divergenza con la giunta Vendola?
Il conflitto è intervenuto sul problema del diritto all’acqua. È vero che la legislazione nazionale – ancora vigente e che negli ultimi tempi è diventata anche più restrittiva – non permette a nessun operatore, a nessun gestore, pubblico o privato, di applicare una tariffa che assicuri i 50 litri giornalieri ad ogni persona senza domanda di corrispettivo e con i costi a carico della fiscalità generale. La legislazione non permette questo, perché ogni operatore deve erogare l’acqua imponendo una tariffa che è normalizzata a livello nazionale. Però quello che potevamo tentare di fare era introdurre una tariffa sociale, in modo tale che i cittadini effettivamente avrebbero goduto dei 50 litri gratuiti. Su questo punto Vendola ha esitato e non l’ha fatto, non l’ha accettato.
Forse era un problema di costi?
Per i primi due anni questa scelta avrebbe implicato una spesa di 1 o 2 milioni di euro. E non mi sembra un costo eccessivo. Da un punto di vista simbolico e politico un costo di 1 o 2 milioni per questa operazione, sinceramente, valeva la pena.
C’era poi la questione della forma societaria degli Acquedotti pugliesi…
Una Spa è dal punto di vista giuridico un soggetto di diritto privato, anche se è a capitale interamente pubblico. Per alcune forze politiche – anche della sinistra radicale – il fatto che fosse possibile esercitare una forma di controllo politico sulla società la faceva considerare come una forma di società pubblica. Quindi nel caso dell’Acquedotto pugliese – con capitale interamente pubblico dove la regione esercita un controllo – si diceva che non doveva essere ripubblicizzato perché era già pubblico. Vendola ed io fin dall’inizio, però, la pensavamo differentemente. Una società per azioni, infatti, ha una funzione sociale che è quella di fare profitto. La legge Galli poi diceva che la gestione dell’acqua doveva essere ispirata ad un principio di efficienza economica, ovvero con un rendimento.
Un problema quindi di orientamento generale?
Non solo, fu un dissidio molto concreto. Quando proponevo il diritto all’acqua – i 50 litri al giorno garantiti – mi si rispondeva: ‘Presidente, lei non può fare questo perché toglie denaro all’impresa’. Con la Spa questo controllo non c’è. Così quando il pubblico si dà strumenti di azione di natura privata, in realtà, privatizza un pezzo del settore pubblico. E allora, piano piano, Vendola ha cominciato a nicchiare, a trovare delle difficoltà, a mandare le cose per le lunghe. Molte volte una decisione veniva presa dopo 3 o 4 mesi. Questo fu un punto di conflitto.
Ci furono altre occasioni di scontro?
Un caso concreto fu l’adesione alla Federutility, che è – per capirci – la Confindustria delle società che si occupano di servizi come l’acqua, i rifiuti, il gas. Io cercai di far uscire Acquedotti pugliesi da Federutility senza successo.
Considerando che fu D’Alema l’artefice della privatizzazione dell’acquedotto pugliese, ci saranno state delle pressioni dei Ds su Vendola.
Dobbiamo sempre ricordarci che l’Acquedotto pugliese è stato e rimane una delle principali – se non la principale – impresa pugliese per occupazione e fatturato. A parte gli interessi che sappiamo che esistono, che a volte possono essere anche interessi legittimi, la difficoltà fu soprattutto culturale, politica e ideologica. La cultura politica della gestione dei servizi pubblici della sinistra moderata è impregnata di privatizzazione e liberalizzazione. Certe scelte sono state bloccate dalla sinistra moderata e da quella parte della sinistra radicale che è stata influenzata dai Ds. Vendola sulla questione della Federutility non ha potuto far niente.
Un problema, quindi, di alleanze?
La maggioranza delle forze politiche del centrosinistra in Puglia aderiva al modello culturale della mercificazione dell’acqua, pur facendo discorsi e affermando principi sulla ripubblicizzazione. Per loro il pubblico fa una gestione pubblica quando crea le condizioni affinché i servizi vadano nella direzione dell’efficienza economica, ovvero nella direzione di attività economiche pubbliche che rendono un profitto e aperte alle logiche di mercato. Questa adesione apparentemente modernizzante è la base del fallimento del progetto di ripubblicizzazione dell’acqua in Puglia.
L’Arena martedì 4 agosto 2009
IL DOSSIER. I dati elaborati dal Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche del ministero dell’Ambiente
Ottima e a buon prezzo
Acqua di casa promossa
Potabile ovunque e livelli di nitrati nella norma In tre anni speso un milione per cercare le perdite
Di buona qualità e soprattutto a buon mercato. È il giudizio sull’acqua potabile che sgorga dai rubinetti di Verona e provincia che sortisce dal rapporto annuale sullo stato dei servizi idrici realizzato (su dati del 2007) dal Coviri, Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche, organo di controllo nazionale che fa capo al ministero dell’Ambiente.
Un giudizio lusinghiero che gonfia d’orgoglio il petto di Luigi Pisa, presidente dal 10 luglio scorso di Aato (Autorità ambito territoriale ottimale veronese), che ha convocato una conferenza stampa nella sede di via Ca’ di Cozzi per esprimere la sua soddisfazione.
«Sono lieto che il rapporto del Coviri certifichi ciò di cui noi eravamo già certi», commenta Pisa, pochette padana d’ordinanza in bella vista, «il lavoro fatto finora è stato molto produttivo e colloca l’Autorità d’ambito veronese tra le più efficienti d’Italia».
Il rapporto del Coviri prende in esame i costi sostenuti dalle famiglie – in Italia e all’estero – che registrino un consumo medio annuo pari a 200 metri cubi. Numeri alla mano, risulta che il prezzo medio dell’acqua potabile a Verona è di 0,91 euro al metro cubo, pari a una bolletta media annua di 208,88 euro.
Si tratta, come specificato, di dati che risalgono al 2007. Quest’anno la situazione è cambiata: il costo per metro cubo a Verona è salito a 1,033 euro. Va meglio a Venezia (0,895 euro), ma la tariffa è competitiva in confronto a quella di Padova (1,371), Vicenza (1,323), Treviso (1,041), Belluno (1,138) e Rovigo (1,644).
Il presidente Pisa coglie l’occasione per ribadire che comunque non è il caso di adagiarsi sugli allori: «L’acqua è un bene prezioso, per cui invito i veronesi a farne un uso razionale. La lotta agli sprechi e agli abusi deve essere l’impegno di ciascun cittadino».
Sprechi che si riducono anche eliminando le falle nella rete idrica. «In questo senso stiamo lavorando con grande intensità», osserva Pisa, «nel primo semestre di quest’anno abbiamo già autorizzato ulteriori interventi che verranno realizzati da Acque Veronesi e Azienda Gardesana servizi».
L’obiettivo principale è portare l’acquedotto comunale laddove ancora non c’è. «A Belfiore, Nogara, Villa Bartolomea e Gazzo Veronese», chiarisce il direttore di Aato, Luciano Franchini, «dove si attinge l’acqua dal pozzo. A breve dovrebbe essere ultimato il primo stralcio della rete Gazzo-Nogara, mentre Villabartolomea si collegherà alla rete di Legnago. Per quanto riguarda la lotta agli sprechi, il problema non è di facile soluzione. Nell’ultimo triennio abbiamo investito un milione di euro nella ricerca sistematica delle perdite e i risultati sono soddisfacenti. Peschiera, ad esempio, è già rientrata dalla spesa con i risparmi registrati».
E la qualità dell’acqua? «È potabile ovunque», rassicura il direttore, «e il livello di nitrati riscontrato è di gran lunga inferiore al limite massimo fissato per legge. Garantire la massima qualità è l’obiettivo principale del consiglio d’amministrazione di Aato. I veronesi possono bere tranquillamente l’acqua che sgorga dai rubinetti di casa. La minerale in bottiglia è una moda e oltretutto ha un costo. L’acqua del sindaco, a conti fatti, viene a costare meno di 2 lire al litro. Non c’è concorrenza».
L’Arena mercoledì 22 Luglio 2009
Un esperto internazionale interviene sul problema che sta interessando direttamente tutto il territorio veronese
L’acqua? Resti agli enti locali
«Bene primario, non merce di consumo»: Petrella, docente di ecologia umana contro i miti del mercato
Sono bastate poche generazioni perché l’acqua, creduta bene infinito, diventasse risorsa limitata, merce sempre più rara e a cui si accede non più per diritto, ma come a un bene di consumo.
Riccardo Petrella, già docente di ecologia umana all’accademia di architettura di Mendrisio nel Canton Ticino e oggi di globalizzazione all’università cattolica di Lovanio, in Belgio, è la voce profetica che al monastero del bene comune, facoltà dell’acqua e della mondialità, nella comunità degli Stimmatini a Sezano, ha tuonato contro questa mentalità nella sessione aperta dedicata alla politica di governo pubblico dell’acqua a livello regionale e locale.
C’erano amministratori pubblici, rappresentanti di gruppi di acquisto solidale, associazioni ambientaliste e di cooperazione, comitati per l’acqua pubblica. Il relatore ha contestato pratiche ormai comuni: «Spendiamo capitali per potabilizzare l’acqua e portarla in tutte le case e poi un terzo dell’acqua disponibile nei nostri rubinetti finisce per riempire lo sciacquone del bagno, un terzo nella vasca e un altro terzo negli elettrodomestici come lavatrici e lavastoviglie. Solo il tre per cen to dell’acqua potabile è usata per bere o per cucinare. L’acqua è bene comune perché insostituibile, mentre altre materie giudicate primarie e per le quali si fanno guerre, come il petrolio, possono essere sostituite da altre come l’atomo, il solare, l’idrogeno o l’eolico. Però nessuna specie vivente potrà fare a meno dell’acqua».
Dall’incontro è emerso il dissesto del quadro normativo, con leggi frammentarie che cambiano spesso in funzione dei governi e sono contraddittorie. In questo contesto è già partita in Veneto la guerra dei fiumi: nove di loro! sono in stato deplorevole e due già in un disastro difficilmente recuperabile.
«È il momento che i cittadini si muovano», sollecita Petrella, «per riaffermare il ruolo della comunità locale e riprendere nelle proprie mani le sorti del destino, inventandosi un futuro più favorevole a un ecosistema diffuso».
Ma chi paga? Sembrerebbe scontato che debba essere il consumatore, invece Petrella ribalta l’ottica: «Il consumatore non guarda al bene comune ma che ci sia convenienza nell’equazione qualità/prezzo: sceglie quello che gli conviene e non si preoccupa d’altro. Ma non possiamo accettare la logica che chi consuma di più paga di più, dando ai benestanti la possibilità e il diritto di appropriarsi di un bene comune e presto indisponibile. La soluzione sta invece nel condividere questi costi attraverso la fiscalità che difende un bene nell’interesse collettivo».
L’indice è puntato anche su Comuni ed enti a maggioranza pubblica che però accettano la logica di ricavare il massimo dai consumi per dimostrare di essere bravi a non infilare le mani nelle tasche dei cittadini, uno slogan vincente elettoralmente, ma disastroso dal punto di vista del bene comune: «Le società private che erogano il servizio hanno interesse a far profitto, i cittadini sono stati convinti a esser consumatori con il diritto di essere soddisfatti se pagano un servizio, ma in realtà alla fine si paga di più da consumatori che da cittadini responsabili», denuncia Petrella, «altrimenti che interesse dovrebbe avere, per esempio, una società di Milano a gestire l’acqua di Palermo se non il guadagno e il fatto che saranno i palermitani a pagare l’acqua ai milanesi?»
Luca Cecchi, del coordinamento acqua Veneto, illustra la strategia per il futuro: «Ci stiamo muovendo per sensibilizzare gli amministratori e allargare la partecipazione: il problema è di tutti e deve ! essere af! frontato coinvolgendo il più possibile in modo partecipativo. Vogliamo capire perché e se sia inevitabili che gli enti locali siano espropriati del ruolo che la legge assegna loro. È giusto che siano le leggi di mercato a gestire un bene limitato ed essenziale come l’acqua?»













